Tito Maccio
Plauto
C
à s i n a
Traduzione e adattamento teatrale
a cura della IV C
Premio “Giorgio Bassi” per la traduzione originale
in occasione della Rassegna provinciale Scuola-Teatro
Teatro di Rifredi - Firenze - Aprile 1998
STORIA DI UNA TRADUZIONE ….
L'anno scorso il professore ci ha proposto di tradurre in classe una
commedia di Plauto, in modo tale da fare esercizio di traduzione e
contemporaneamente capire e sperimentare sulla nostra pelle lo stile di questo
autore latino. L'idea ci sembrava carina e della serie "vai traduciamo
questa commedia così per un po' non facciamo niente ". Mi dispiace confessare
che ci siamo dovuti ricredere dalla volta successiva quando il prof è arrivato
in classe armato di un centinaio di versi per ciascuno che noi dovevamo
tradurre. Ci è stato concesso di tradurli non da soli ma divisi per coppie (per “facilitarci il compito” o forse per darci
una spalla su cui piangere). E così abbiamo iniziato la nostra maratona. La
prima lezione (di due ore) era passata e i versi da noi tradotti erano
veramente pochi e quei pochi contenevano gli infiniti aiuti chiesti al prof. A nostra difesa voglio però precisare che
noi dovevamo tradurre questi versi senza nessun tipo di note e di commenti. Il
professore poi ha avuto la brillante idea di ritirare la parte di traduzione
fatta per correggerla, e non vi dico
quello che è venuto fuori: basta dire che i fogli originariamente bianchi poi
scritti con penne blu o nere risultavano ricamati di rosso tanti erano gli
errori da noi commessi.
Il lavoro è andato avanti, tra un sospiro e una parola di conforto
recitate a noi stessi e agli
altri componenti dell'equipaggio
" Plauto e la Casina ", per altre quattro o cinque lezioni (in totale
10-12 ore di lavoro). Per la verità i segni rossi del prof. diminuivano
gradualmente, dato che piano piano ci
stavamo un po’ abituando alla lingua di Plauto: qualche coppia a cui erano
toccati brani fittamente dialogati con battute piuttosto vivaci, riusciva a trovare anche qualche aspetto
divertente in questa fatica.
Siamo riusciti finalmente a concludere la
traduzione, senza errori ma molto letterale .
Ma a questo punto il prof ci ha
posto una domanda: " Sarebbe possibile recitare una traduzione del genere
? ". Il nostro desiderio più grande sarebbe stato quello di rispondere di
SI tanto era il nostro desiderio di non ritrovarci davanti un'altra volta
quella traduzione. Non potevamo però fingere di essere pienamente consapevoli
che quella traduzione non poteva essere recitata. Un po’ a malincuore abbiamo
risposto di NO. Ma perché NO? E qui è
incominciata una lunga discussione, in cui ognuno di noi portava gli esempi di
frasi poco comprensibili, o perché scritte in un italiano troppo latineggiante,
o perché contenevano riferimenti storici o mitologici, modi di dire,
espressioni, imprecazioni, proverbi ecc. troppo lontani dalla nostra cultura:
non tutto quello che faceva ridere gli
antichi romani faceva ridere noi (e quindi neppure i nostri contemporanei). Si
doveva cambiare, ma fino a che punto era lecito cambiare, senza tradire
Plauto? Il prof ci ha portato diversi
esempi di traduzione dello stesso brano di Plauto (Il prologo del Miles gloriosus): da quelle più fedeli
(Scandola, Ripamonti) ad altre più libere (Paratore), ad altre più trasgressive
, come quella di Pasolini (Il vantone),
scritta in dialetto romanesco e in settenari doppi. Abbiamo capito la
differenza fra traduzione per la lettura e traduzione per il teatro:
essendo diversa la loro funzione comunicativa non poteva non essere diverso
anche il linguaggio:
“…la
traduzione teatrale è quasi senza appello, il testo resiste o non resiste alla
recitazione; mentre la fortuna di
una poesia o di un romanzo è legata alla lenta penetrazione, un settore dopo
l’altro, nella calma di ogni successivo giudizio. Di qui si capisce perché la
traduzione teatrale, quando non è scritta per un’edizione scolastica, universitaria
o critica, bensì per la recitazione, debba trattare il testo in modo da poter
essere considerata tanto un adattamento quanto una traduzione. Prima della
fedeltà al vocabolario, alla grammatica, alla sintassi e persino allo stile di
ogni singola frase del testo, deve venire la fedeltà a quel che, nel paese
d’origine, ha fatto di quell’opera un successo teatrale. Bisogna tradurre il
valore teatrale prima di preoccuparsi di rendere i valori letterari o poetici,
e se fra quello e questi si crea un conflitto, bisognerà scegliere il primo
contro i secondi. Come diceva Merimée,
bisogna non già tradurre il testo (scritto) ma l’opera (recitata). Ecco perché il traduttore di un’opera
teatrale –e più spesso si parla di adattamento- farà quasi sempre ricorso ai
procedimenti di traduzione meno letteralmente fedeli, a quei procedimenti che
Vinay chiama trasposizione, e soprattutto equivalenza; perché non deve soltanto
tradurre enunciati bensì anche contesti e situazioni, in modo che sia possibile
comprenderli tanto immediatamente da poterne ridere o piangere”. GEORGES MOUNIN, Teoria e storia della
traduzione, Einaudi, p. 155.
Il problema era quindi quello di tradurre Plauto in modo che fosse
compreso “tanto immediatamente da
poterne ridere”, come rideva effettivamente il pubblico romano che non era certo a quei tempi particolarmente
colto. Traduzione quindi più
“comunicativa” possibile, ma a quale livello? Per quale teatro, per quale
pubblico?
“ Che in
Italia ora esista un “teatro” analogo a quello in cui affondava le sue
prepotenti radici il lavoro di Plauto, è cosa da mettere senza esitazione in
dubbio. Per che palcoscenico, dunque, per che spettatori traducevo io? Dove
potevo trovare una sede dotata di tanta assolutezza, di tanto valore
istituzionale? Nel teatro dialettale sì, ma il testo di Plauto non era
dialettale. Del teatro corrente, ad alto livello, in lingua, mi faceva (e mi
fa) orrore il birignao. Beh, qualcosa di vagamente analogo al teatro di Plauto,
di così sanguignamente plebeo, capace di dar luogo a uno scambio altrettanto
intenso, ammiccante e dialogante, tra testo e pubblico, mi pareva di poterlo
individuare forse soltanto nell’avanspettacolo…E’ a questo, è alla lingua di
questo, che, dunque, pensavo- a sostituire
il “puro” parlato plautino. Ho cercato di mantenermi, il più
squisitamente possibile, a quel livello. Anche il dialetto da me introdotto,
integro o contaminato, ha quel sapore. Sa più di palcoscenico che di trivio”. P.P.
PASOLINI, Il vantone di Plauto, Garzanti,
1994, in appendice, p. 158.
C’è stata discussione sulla possibilità di adottare una traduzione
‘vernacolare’, ma l’abbiamo scartata perché ci sembrava un po’ riduttiva, dato
che, come dice Pasolini stesso, il teatro di Plauto non era dialettale, e poi
diciamo la verità anche troppo facile.
La lingua dell’avanspettacolo non la conosciamo, a meno che non si
intenda quella di certi varietà televisivi… Abbiamo quindi cercato di attenerci
naturalmente a un registro medio-basso, ma senza cercare per forza il “plebeo”,
puntando soprattutto sull’immediatezza, sulla comprensibilità, sulla vivacità
del testo, ricorrendo anche a sfumature
vernacolari all’occorrenza, a espressioni gergali.. Per quale pubblico? Il pubblico, più o
meno, dei nostri coetanei, abituati dal cinema e dalla TV a un linguaggio
diretto, immediato e ben comprensibile, per cercare di coinvolgerli in uno spettacolo
fondato su un testo scritto 2200 anni fa.
Fissata
questa linea di condotta, abbiamo dato
inizio alla trasformazione della nostra traduzione molto letterale nella traduzione
adatta per essere recitata. Per la verità
alcuni di noi si sono
allontanati poco dalla traduzione letterale, altri si sono allontanati troppo,
e il prof. ha dovuto armonizzare il tutto, invitandoci a molte revisioni dei
nostri testi. In certi casi abbiamo letto a voce alta certe battute che ci
apparivano “faticose” e le abbiamo corrette insieme. E perfino durante le prove
di recitazione sono emerse ed emergono ancora richieste di cambiamento di quella parola o di quella
frase per renderla più immediata e comunicativa. Un lavoro senza fine..
A questo punto potevamo lasciare
le nostre traduzioni chiuse in un cassetto senza procedere alla messa in scena
della commedia dopo tutte le fatiche che avevamo affrontato? L' orgoglio era
tanto e certo non mancava la voglia di fare. Ci siamo così ripartiti i lavori:
attori, scenografia, costumi. Il seguito è storia di questi giorni.
…… E
DIFFICOLTA' DI UNA TRADUZIONE
Plauto nella sua commedia usa terminologie,
pensieri, comportamenti usuali per il suo tempo che non sono difficili da tradurre
in modo letterale, anche per l'aiuto apportato dallo studio dellastoria. Al
contrario portano gravi problemi nella traduzione teatrale in quanto è
difficile far capire ad ascoltatori di un'altra epoca, con un'altra mentalità, con un altro modo di
vivere, queste terminologie, questi
paragoni che appartengono ad un’altra cultura e che erano diretti ad altri
spettatori. Bisogna tenere in considerazione anche il fatto che facendo la
traduzione non si può sconvolgere il contenuto della commedia: si deve quindi
trovare una specie di compromesso tra la commedia latina e la comprensione e il
divertimento dei nostri spettatori. Qualche volta ci è permesso lasciare terminologie
non troppo chiare ai nostri spettatori a favore della commedia latina, in altri
casi dobbiamo, per la riuscita della commedia, "fare l'interesse "
dello spettatore.
Plauto nella sua commedia menziona ad
esempio un fiume mitologico, Acheronte,
in un contesto aspro e offensivo: è Cleostrata che definisce il marito
“Accheruntis pabulum”, cioè “pasto pronto per l’Acheronte”. La traduzione
letterale (indipendentemente dal fatto che gli spettatori conoscano o no il
significato di Acheronte) avrebbe dato alla frase un tono “solenne” che nelle
intenzioni del personaggio (e nel suo contesto culturale) non aveva
assolutamente. Abbiamo preferito quindi la traduzione “cadavere imbalsamato”;
del resto anche il Paratore rinuncia a citare l’Acheronte a favore di una
espressione più cruda. (“carogna imbandita per l’aldilà”), scegliendo la
chiarezza per lo spettatore di oggi invece della fedeltà al testo latino.
Nell’atto V Calino insegue Lisidamo dicendo: “Ubi tu es qui colere
mores Massiliensis postulas?”, cioè
“Dove vai, tu che pretendi di coltivare i costumi di Marsiglia?”. Nella
traduzione teatrale, per spiegare al pubblico l’allusione (che i Romani invece
coglievano al volo), non potevamo certo mettere una nota a piè di pagina del
tipo: “Questa città era tristemente famosa per il vizio dell’omosessualità,
come si ricava anche dai frammenti del Satyricon
di Petronio” (Paratore). Abbiamo dovuto per forza rinunciare al riferimento
geografico, che oggi sarebbe stato solo inutilmente offensivo per i cittadini
di Marsiglia, per ripiegare su un doppio senso, meno preciso, ma certo più
comprensibile: “Ehi, tu che hai delle tendenze un tantino… invertite, dove
sei?”
Frequenti sono paragoni che legano i
personaggi della commedia ad abitudini della popolazione antica come quello
presente nell'atto secondo, scena ottava quando Olimpione , riferendosi a
Calino dice: “ego remittam ad te virum
cum furca in urbe tamquam carbonarium” cioè “te lo rispedirò in
città con la forca come un carbonaio”. Il paragone mette in luce una caratteristica
di un mestiere, quello del carbonaio,
che era solito portare una forca sul collo per sostenere il carbone da portare
in città. In questo caso, non trovando un’espressione equivalente, abbiamo
mantenuto questo modo di dire, anche se comprendiamo che questa abitudine è
caduta in disuso e quindi la battuta
può risultare non molto chiara.
COSTRUZIONI
PARTICOLARI.
Nella traduzione della Casina di Plauto
abbiamo dovuto affrontare anche il problema di tradurre i proverbi e altre
costruzioni particolari in modo da
mantenere e ricreare, almeno in parte, il comico voluto dall'autore nella
versione originaria. Tenuto conto che molto spesso la traduzione letterale non
avrebbe soddisfatto le nostre esigenze abbiamo dovuto cercare dei proverbi e
giochi di parole italiani che non sconvolgessero il contenuto della scena. Le
traduzioni finali, più o meno letterali, devono rendere comunque simile il
concetto (quello cioè che voleva esprimere l'autore nell'originale) e
l’elaborazione compiuta dall'autore nel linguaggio di ogni singolo personaggio;
rendendo simile questo particolare, i profili fisico-caratteriali dei
personaggi che vengono fuori dalle due commedie (quella latina e quella
italiana) risultano alla fine dell’operazione molto simili.
Non bisogna sfogliare molto il copione e
analizzare troppi versi per trovare tantissimi esempi di proverbi, giochi di
parole, modi di dire, e altre particolari costruzioni create dall'autore.
Quelli che seguono non sono che alcuni spunti per spiegare il nostro modo di
tradurre, confrontato con altre
traduzioni.
1) Atto terzo, scena
prima
..." Oh, nimium
scite scitus es! Sed facitodum merula per vorsus quod cantat (tu) colas. Cum
cibo cum quiqui" facito ut veniant, quasi eant Sutrium"...
Questo
proverbio letteralmente verrebbe tradotto così: ..." Oh, sei stato sì
bravo di tuo! Fai in modo di apprezzare ciò che il merlo canta per versi:
"con il cibo e con qualcosa fate che vengano, come se andassero a
Sutri!" ..."
Subito
ci rendiamo conto che un proverbio scritto in questo stonante linguaggio non è
in grado di catturare l'attenzione dello spettatore che lo percepisce
velocemente in una serie di battute... Ci voleva quindi un proverbio chiaro e
di facile comprensione. Siamo così
arrivati, chiedendo anche a genitori e nonni, a un proverbio toscano che faceva
al caso nostro:
"...Hai
fatto un lavoro coi fiocchi! Ma fa' in modo che non vengano a mangiarmi il pane
a ufo! Asino che ha fame mangia d'ogni strame!..."
Ettore
Paratore ha così reso questa battuta:,
"...Ah,
sai proprio deliberare deliziosamente! Ma ricordati di badare a ciò che canta
il merlo nel suo ritornello: "Attenti che ognuno porti da mangiare come se
andasse a Sutri!"..." Ma ha
dovuto poi mettere una nota a piè di pagina per spiegare l’origine storica di
questo proverbio: “Canzoncina popolare, di cui si insegnava il motivo ai merli,
e che si riferiva all’adunata di tutti
i Romani atti alle armi, indetta da Camillo a Sutri, dopo la presa di Roma ad
opera dei Galli”.
Anche
da questo piccolo particolare si vede la differenza fra traduzione per la
lettura e traduzione per il teatro: la seconda non può avvalersi di
note o di didascalie e deve preferire per forza maggiore la chiarezza immediata alla fedeltà
“mediata” .
2)
Nell'atto quinto, scena quarta troviamo un proverbio che ha per protagonisti i
lupi e i cani:
Nella
commedia latina: ..." Hac lupi, hac canes; lupina scaeva fusti rem gerit.
Hercle, opinor, permutabo ego illuc nunc verbum vetus. Hac ibo; caninam scaevam
spero meliorem fore."...
La
nostra traduzione definitiva mantiene
il senso che voleva esprimere l'autore anche se non è molto letterale:
." Non c'è via di scampo: da una parte i lupi, dall'altra i cani.
Il lupo promette bastonate. Il cane quando abbaia, non dovrebbe mordere, a
sentire il proverbio. Speriamo! E va bene! Affronterò il cane, mi sembra meno
feroce del lupo."...
Sia Paratore che Scandola lasciano nel vago il proverbio, come nel
testo latino, con la differenza che i Romani
intuivano sicuramente qual era il proverbio in questione. “Perdio, credo che oggi sia il caso di
smentire il vecchio adagio” “Oggi
smentirò il vecchio proverbio”: questa indeterminatezza crea un vuoto nella percezione della battuta
da parte dello spettatore: meglio riempirlo con un proverbio forse non romano
ma comunque da tutti conosciuto.
1) Atto secondo, scena terza:
Cupide cupis
E’ stato
tradotto nella versione definitiva con le parole italiane "smaniare
smaniosamente ". Il significato letterale di queste due parole è
leggermente diverso ma non in modo sostanziale: si salva però il gioco di parole sul piano fonico. Abbiamo notato
che le altre traduzioni trascurano un
po’ l’aspetto fonico a tutto vantaggio dell’aspetto semantico. Anche qui
Paratore. “perché questo sbardellato desiderio?”
2) Atto terzo, scena I:
Specimen specitur, nunc certamen cernitur.
In questo caso il gioco di
parole è stato tradotto:
“Ecco la prova probante e la
dimostrazione dimostrante”
Ettore Paratore ha voluto
rendere questo gioco di parole con un’efficace espressione proverbiale
“staccare lo staccio e
vagliare il valore”
3)(Atto terzo, scena prima)
Nella commedia latina:
Lysidamus: Fac habeant linguam
tuae aedes.
Alcesimus: Quid ita?
Lysidamus: Quom veniam,
vocent.
Il gioco di parole sottinteso
è fra Vocare (chiamare) e Vocare, forma
popolare di Vacare (esser vuoto). Per cui la battuta di Lisidamo è a doppio
senso: “perché al mio ritorno vocent”, cioè la casa allo stesso tempo chiami e sia vuota.
Il gioco di allusioni è chiaramente
intraducibile ed è necessario trovare qualche surrogato. Nella commedia da noi
tradotta, abbiamo privilegiato il gioco fonico:
Lisidamo: Ricordati eh? Fa’
conto di aver fatto un voto!!
Alcesimo: Di aver fatto che?
Lisidamo: Sì, di aver fatto voto
di fare il vuoto in casa tua!
Paratore sposta il gioco sul
piano semantico:
Lisidamo: Provvedi che a casa
tua ci sia un seggio elettorale.
Alcesimo: Come sarebbe a dire?
Lisidamo: Così, quando
tornerò, ci sarà il... voto.
Mario Scandola invece cerca di non allontanarsi troppo dal testo
latino:
Lisidamo: Fa'in modo che la
tua casa abbia una lingua.
Alcesimo: Perché mai?
Lisidamo: Perché, quando
arriverò, essa gridi: " Son vuota! "
4) Grosse difficoltà sono
venute dal dialogo sulla spesa, tra Lisidamo e Olimpione, a cui Calino nascosto
risponde con battutacce “a parte”:
Lisidamo: Emito sepiolas, lopadas, lolligunculas, hordeias
Calino: Immo triticeias,
si sapis
Lisidamo: Soleas…
Calino: Qui quaeso potius quam sculponeas,
quibus
battuatur tibi os, senex nequissume?
Assolutamente intraducibile il
gioco di allusioni fra “hordeias”
(molluschi) e “triticeias” (“di frumento”) attraverso il termine medio
sottinteso “hordeum” che per il suono richiama “hordeias” e per il significato
“triticeias”. Più facile, ma ugualmente intraducibile, quello fra
“soleas(sogliole, ma anche “suole”, “ciabatte” e “sculponeas” (“zoccoli”). Tutti i traduttori hanno qui dovuto
lavorare per forza di fantasia. Vediamo Paratore:
Lisidamo: Compra seppioline,
calamari, vongole, telline…
Calino: (Anzi tettine se
hai sale in zucca)
Lisidamo: Triglie…
Calino: (E perché non
piuttosto striglie per pestarti la faccia, vecchiaccio lurido?)
Dopo una lunga rassegna di tutti i molluschi e i pesci possibili
da cui ricavare doppi sensi, è uscita fuori questa traduzione:
Lisidamo: E allora compra seppioline, calamaretti,
vongoline, moscardini, patelline..
Calino: E a te la padellona
di rame sulla testa, vecchio rimbambito!
Lisidamo: Spigole, dentici…
Calino: Sì, un bello spigolone
come questo (toccando l’orlo del pozzo)
dove sbatter la faccia e
romperti i…dentici, vecchiaccio schifoso!
5) Atto terzo, scena sesta:
La
prima battuta di questa scena pronunciata da Pardalisca viene costruita
dall'autore con un insieme di parole che iniziano con le stesse lettere o
sillabe. Questo simpatico gioco trova la sua massima vetta in una forte
allitterazione fra tre parole:
..." mira miris modis "...
che noi abbiamo reso:
" Che cose strane ho
visto là dentro, stranamente strane e strabilianti."...
Anche Paratore gioca qui sul
fonico: “orrende, orrendamente ordite”
6) Sempre nell'atto quarto,
scena quarta troviamo l'ennesimo gioco di parole. L'autore accosta due parole
di diverso significato ma fonicamente simili: ... cubito ... cubitum...:
Lisidamo: ..Paene exposivit
cubito (lett. Per poco non mi ha sdraiato con il gomito)
Olimpione: Cubitum ergo ire
volt ( lett. Ma allora vuole andare a
letto)
Cubito
infatti vuol dire " col gomito "cubitum
(supino di moto del verbo “cubo”) vuole invece dire
" a letto ".
Non potendo giocare in italiano sulla somiglianza fonica di
“gomito” e letto”, abbiamo dovuto ripiegare su un altro gioco linguistico:
Lisidamo: …Mi ha quasi messo
al tappeto con una gomitata
Olimpione: Allora è segno che vuole….. andare al
tappeto anche lei…
Tra parentesi c’è da dire che
in questa stessa scena possiamo notare altri giochi di parole come ... belle ...bellum..., belle belliatula.
7) Nell’atto quarto Olimpione protesta vivacemente contro i “comandamenti”
con cui Pardalisca vuole istruire la novella sposina (Calino travestito): “Mala malae male monstrat”, lett. “la
maligna sta malignamente addestrando l’altra maligna” oppure “Non vedi che una donnaccia sta destramente
addestrando un’altra donnaccia?” (Paratore). Noi, per mantenere il gioco fonico
abbiamo reso con una frase più gergale: “Guarda, quella stronza , insegna
stronzate a quell’altra stronza!”
Chi ha letto il copione si sarà
reso conto che in un paio di occasioni abbiamo lasciato delle parole
latine del testo originale: vi assicuro
che non è una svista e neppure una nostra licenza arbitraria. Anche nell'originale di Plauto ci sono delle
battute che invece di essere scritte in latino come tutto il resto della
commedia sono scritte in greco, forse
per marcare e rendere più forte il concetto che dovevano esporre. Le frasi
greche presenti nell'opera plautina potrebbero anche appartenere al
"modello greco" (ma è molto improbabile) oppure Plauto ha voluto mettere nella sua opera variazioni di
lingua in funzione comica, come accade anche a noi quando per essere spiritosi
usiamo qualche espressione inglese o francese. Questa tesi è avvalorata, per esempio, dal Paratore che infatti
traduce le battute greche di Olimpione e di Lisidamo (III, 7) in francese. Non
sono frasi particolarmente complesse, quindi venivano comprese anche da uno
spettatore poco colto e l'autore raggiungeva il suo scopo. Noi abbiamo
adottato, se così si può dire, questo stratagemma in altre parti del copione
lasciando in latino alcune parole o brevi frasi che nella lingua originale ci
sembravano più efficaci: come
Plauto ha inserito nel testo latino qualche battuta in greco, noi abbiamo inserito
(o meglio conservato) nel copione italiano qualche breve frammento latino.
Mirrina parla in latino nella
scena seconda del secondo atto quando recita la formula di ripudio prevista
dalle leggi romane: questa formula assume così maggiore solennità e il concetto
viene espresso due volte: prima in latino poi in italiano. Abbiamo riportato la
frase fedelmente mantenendo anche l'imperativo EI appartenente alla lingua
arcaica.
MIRRINA: " Ei foras, mulier" Via di qui, vattene o
donna!
Anche Olimpione lo abbiamo fatto parlare in latino (pur essendo il
personaggio che nella nostra traduzione usa il linguaggio più gergale e con
forti coloriture vernacolari) L'uso del latino del resto non vuol rappresentare
l'appartenenza a determinate classi sociali, tant’è vero che anche Plauto fa
parlare Olimpione in greco.. La motivazione di questa scelta è molto semplice:
dovendo tradurre “maxumum”, l’originale
ci è sembrato anche fonicamente più efficace e più comico dei
vari “grandissimo, enorme, gigantesco ecc.” E inoltre ci è sembrato un
bell’esemplare significativo della lingua arcaica plautina. Olimpione si vergogna
maledettamente a descrivere l”oggetto” e si rifugia allora...nel testo latino
(come se chiedesse aiuto a Plauto). Questo gioco..bilingue, proprio per la sua
anomalia contribuisce ad attirare
l'attenzione del pubblico. Naturalmente, per non lasciare questa battuta latina
isolata abbiamo dovuto introdurre un
paio di battute di “rincalzo”, con un equivoco verbale che non è plautino ma che non avrebbe certo scandalizzato Plauto:
OLIMPIONE: Oh, erat maxumum!
PARDALISCA: (al pubblico) Maxumum? Ma che lingua
è? Boh, sarà un ... arcaismo!
OLIMPIONE: Ma che arcaismo!
Era un affare esagerato! Ecc.
Come abbiamo detto all’inizio (p.II) la nostra traduzione è diretta al
pubblico, più o meno, dei nostri coetanei, abituati dal cinema e dalla TV a un
linguaggio diretto, immediato e comprensibile. Non potevamo allora non usare
espressioni del linguaggio quotidiano, a volte anche un po' vivaci, ma senza
cadere nel turpiloquio. Ecco solo qualche esempio tra i più particolari:
caprone,
vecchio bavoso, accidente secco, rapa,
faccia tosta, casino, essere nella merda,
preso per i fondelli, fare pelo
e contropelo, sbertucciare, rompere (nel senso di “dar fastidio”) , imbranato,
beccaccio, boiata ecc.
Plauto comunque nella sua commedia non risparmia ai suoi spettatori
espressioni un po’ oscene che noi nella nostra traduzione abbiamo dovuto in
qualche modo attenuare (dobbiamo pur sempre recitare in un ambiente
scolastico!) pur senza rinunciare alla
vivacità di certe battute,. Non potevamo infatti, come è facile rendersi conto,
eliminare del tutto il lato osceno in quanto non avremmo mantenuto il modo di
porsi davanti agli spettatori che l'autore voleva tenere presentando la sua commedia.
In questa commedia sono frequenti espressioni
del tipo:
mecastor,
pol, edepol, hercle, ecastor... che sono state tradotte con
imprecazioni, con modi di dire o frasi fatte del tipo:
cavolo, cavolaccio e derivati, porca vacca, boia dell’orso, perbacco,
accidenti..., cribbio, perdinci, per
tutti gli dei... perdio, perdiana…
Abbiamo quindi rinunciato del tutto alle espressioni letterali, che pur si
trovano in molte traduzioni per la lettura: per Castore, per Polluce,
per Ercole etc., che per noi
sarebbero espressioni troppo eleganti. Non così era per i Romani: secondo Ettore Paratore, infatti,“ i
pol e gli hercle che gremiscono il testo di Plauto corrispondono alle
più crude bestemmie e scurrilità che fioriscono oggi sulla bocca di chi
s’abbandona irriflessivamente o volutamente al più icastico linguaggio
dell’aggressività plebea” E. PARATORE, Introduzione a: PLAUTO, Tutte le
commedie, Newton Compton 1992, p.32.
Noi non potendo per motivi evidenti
tradurre con bestemmie e scurrilità del nostro tempo( anche se per ricostruire
fedelmente il tono della scena avremmo dovuto) e non volendo “tradire” Plauto
con una traduzione letterale ma insignificante, abbiamo ripiegato su una via di mezzo….
In qualche caso, dovendo sminuire l’aspetto
osceno abbiamo fatto cambiamenti sulla traduzione anche abbastanza rilevanti: segue
un esempio presente nell'atto secondo, nella scena ottava:
Dice
Calino, ascoltando le effusioni di Lisidamo verso il fattore Olimpione:
"...Ecfodere hercle hic
volt, credo, vesicam vilico...
letteralmente: "...Perdinci
credo che questo voglia sfondare la vescica al fattore..."
"...Per Ercole! Credo che
costui voglia cavargli la vescica, al suo fattore!..." (Scandola)
"...Sta' a vedere che
costui vuole sfondare il sedere al suo servo..." (Paratore)
Noi abbiamo preferito un
doppio senso, meno osceno (o un po’ più ipocrita?)"...Credo che oggi il
padrone voglia andare molto a fondo col fattore..."
Abbiamo invece calcato un po’ la mano nell’atto V, nell’ interrogatorio che Pardalisca fa a
Olimpione sulle “sorprese” da lui incontrate nel letto di Casina:
Pardalisca: Num radix fuit?
Olimpione: Non fuit
Pardalisca: Num cucumis?
Mentre “radix” è
sicuramente un ravanello o un raperonzolo,
“cucumis” sarebbe “cocomero”, ma anche Paratore traduce volutamente
“cetriolo” (che in latino sarebbe “cucumer”), forse per rispettare un criterio
di verosimiglianza….Noi, per ..non sbagliare fra cucumis e cucumer, abbiamo
pensato di utilizzarli entrambi in un crescendo iperbolico e paradossale:
Pardalisca: Non sarà
stato per caso un raperonzolo?
Olimpione: Eh, no….macché….
Pardalisca: E allora un cetriolo?
Olimpione:
Macché…..
Pardalisca:
Per la miseria, non sarà mica stato un cocomero!
Non crediamo di aver tradito Plauto per…un
ortaggio in più.
[Alessandra
Nuti]
I VERSI……
Tutti
sanno che le commedie di Plauto sono scritte in versi: una parte di questi
(soprattutto i senari giambici) erano semplicemente recitati, altri (i cantica,
scritti in metri molto vari) erano invece cantati dagli attori e accompagnati
dal flauto.
Sembra anzi che due flautisti seguissero da vicino i personaggi sulla scena per accompagnarli
anche nelle parti recitate, accentuando
i toni acuti o gravi delle varie battute.
Una traduzione di Plauto dovrebbe quindi, a
rigore, essere scritta in versi e lo spettacolo, nel suo complesso, dovrebbe assomigliare
a una specie di musical o di
operetta, in cui parti recitate si alternano a parti cantate. Ma tradurre in versi un’intera commedia ci
appariva un’impresa troppo impegnativa che oltre tutto non avrebbe affatto
garantito una comunicazione più efficace: chi è più abituato, oggi, ad
ascoltare commedie in versi, specialmente tradotti? A tradurre in versi per la recitazione si rischia di creare una
monotona cantilena senza poter rispettare le sfumature di significato del testo
originale (a meno di non essere grandi poeti o almeno abilissimi versificatori).
Plauto in particolare presenta una varietà
di metri impressionante (i famosi numeri innumeri). La Casina poi è praticamente piena di cantica, specialmente nella seconda
parte dove Plauto raggiunge i massimi virtuosismi: basta guardare il testo
latino anche dal punto di vista grafico per notare blocchi di versi che si susseguono
con una grande varietà di lunghezza.
Per mantenerci veramente “fedeli” alla varietà metrica originale avremmo
quindi dovuto compiere esercizi di versificazione per mesi o per anni, senza
poi nessuna garanzia di un risultato veramente efficace in termini di
comunicazione teatrale (oltretutto perché avremmo moltiplicato le difficoltà di
recitazione)
Noi abbiamo letto qualche brano della
traduzione in dialetto romanesco che
Pasolini ha realizzato del Miles
gloriosus di Plauto, (Il vantone
) in versi “settenari doppi, rimati, di
una tradizione comica riesumata sotto il segno di Molière”, come li definisce
Pasolini stesso. Una traduzione
senz’altro rivoluzionaria, proprio per la sua ambivalenza: popolare per la
lingua, aristocratica e “classicista” per il ritmo. Abbiamo detto prima perché
ci è sembrato opportuno rinunciare a una versione puramente “vernacolare”, ma
per quanto riguarda la metrica ci
abbiamo provato: non volendo (e non
sapendo) tradurre tutta la commedia in versi, abbiamo voluto dare agli
spettatori ugualmente un’idea molto limitata e frammentaria di quella che doveva
essere la commedia antica e abbiamo tradotto proprio in settenari doppi tre
monologhi di una discreta lunghezza (anche per facilitarne la
memorizzazione). E’ stata un’interessante
esperienza di lavoro collettivo: un gruppetto di alunni, l’insegnante, e davanti a noi un foglio con la traduzione
in prosa accompagnata da una tabella con quattordici caselle orizzontali da
riempire. Ognuno ha proposto i suoi versi,
con un occhio al significato del testo e un occhio alle dita che contavano
le sillabe. Quanti ne abbiamo scartati, prima di arrivare alla versione
definitiva! Se non altro è stato un
modo semplice e pratico per capire i meccanismi che regolano la composizione poetica.
.
…E LA
MUSICA
Il cammino
che la parte musicale della Casina ha attraversato è stato molto simile
all’evoluzione del testo teatrale, con la preoccupazione aggiuntiva della
mancanza di riferimenti e fonti precise. Non abbiamo niente che ci testimoni la
pratica musicale nel teatro romano con esempi concreti e i numerosi saggi
teorici sull’argomento alla prova dei
fatti si sono rivelati inutilizzabili per il lavori di palcoscenico .
Parallelamente a chi lavorava sul
testo, si è presentata l’esigenza di darci un’identità precisa: la nostra
doveva essere un’opera essenzialmente
culturale volta alla riscoperta “archeologica”
del teatro romano in ambiente scolastico o invece qualcos’altro?
Lo spirito che ci ha condotto era tutt’altra cosa,
volevamo divertirci facendo divertire un pubblico che avrebbe assistito al “gioco del teatro” e la musica doveva
essere una parte del gioco. Abbiamo scelto di non prendere in considerazione la
letteratura saggistica specializzata per ritrovare l’essenza forse un po’ più
profonda della commedia di Plauto , quella
di far ridere il proprio
pubblico con qualcosa di attuale, contro la pedanteria che circonda gli studi e
le rielaborazioni scolastiche del teatro antico. Cosa voleva Plauto? Fare
ridere. Con una musica più spigliata nella parodia non si rispetta la forma
estetica ma si lascia intatto lo spirito comico rivolto al pubblico di massa,
mentre con una rielaborazione fedele ai timbri e ai modi musicali greco-romani
si può contentare l’esperto ma non si verrebbe incontro al gusto dello
spettatore moderno, cosa che ai suoi tempi Plauto faceva.
L’anima del lavoro è stata quindi prendere elementi
storici e infondere di nuovo in questi uno spirito comico vitale.
Fin
dove è stato possibile abbiamo cercato di basarci su delle consuetudini della
musica antica, trasposte nel moderno con l’uso del flauto in emulazione del
flauto antico e del pianoforte inteso
come parodia dello strumento a corda quale la lira. La soluzione migliore è stata l’affiancare il flauto,
strumento melodico per eccellenza ai monologhi in versi mentre al più ritmico
pianoforte è stato affidato il compito di sottolineare la gestualità è i
movimenti della scena. Un altro punto di contatto con la tradizione è stato il
grande uso dell’improvvisazione, soluzione adottata sia per ragioni tecniche,
viste le difficoltà di scrivere una lunga partitura e di studiare gli spartiti
insieme alla regia, ma soprattutto per una questione di stile.
Se
infatti gli strumentisti sono abili improvvisatori e dotati di un buon gusto di
“teatrante” , sapranno cogliere all’istante ogni gestualità della scena traducendola “all’impronta” in musica, che
non apparirà quindi costruita e artificiosa ma
un qualcosa di vivo che si evolve parallelamente all’azione. Il processo
creativo è iniziato con l’analisi del copione e la selezione attenta delle
parti da musicare facendo attenzione alla massima
economia sonora, una delle prime
divergenze dalla tradizione del teatro antico. I testi specializzati si
prodigano infatti nel riportare che
l’accompagnamento era quasi costantemente presente per buona parte della
commedia, sia con melodie articolate che con non meglio precisati effetti
sonori; consuetudine che non possiamo rispettare se si vuole ottenere un
effetto gradevole per il pubblico moderno . Questo fenomeno ha radici psicologiche
che non possiamo qui trattare a sufficienza, derivanti dal fatto che lo spettatore di oggi,
circondato costantemente da suoni e rumori,
ha una soglia di attenzione infinitamente più bassa di un antico a teatro. La musica allora dovrà
essere poca e la chiave di tutto sarà nella qualità del breve intervento sonoro, pronto, limpido, ben
dosato e capace di attirare l’attenzione sull’azione scenica.
Il secondo passo è stato di buttare giù un
progetto di partitura, sempre molto generale, per fissare a grandi linee i
ritmi, i profili melodici e il momento
preciso degli interventi, lasciando completa libertà di improvvisazione nel
risultato finale:

(Es. 1) – Frammento dell’accompagnamento del monologo
d’entrata di Lisidamo, per flauto solo: la musica ironizza sulle smancerie
d’amore del vecchio con note lunghe vibrate alternate a frammenti nervosi di
scalette, la dolcezza dei crescendo e diminuendo deve essere eccessiva per
rendere palese un’intento parodistico. Le note segnate con una X rappresentano
suoni indicativi da improvvisare a piacimento ad ogni ripetizione.
Nella realizzazione finale delle
musiche che come già detto abbiamo voluto far sembrare parte viva, un tutt’uno
che nasce e si sviluppa insieme alla recitazione, è stata prestata attenzione a
mantenere comunque punti di contatto con la musica antica, in particolare nella
limpidezza un po’ minimalista delle parti di flauto, imitazioni dello stile del
flautista greco nell’immaginario comune. Suoni lunghi, essenziali, carichi
anche fino all’eccesso di elementi tipici dello stereotipo di musica antica,
nel mezzo ai quali con effetto brillante e assolutamente comico compaiono
frammenti di jazz, musica leggera e tunes
caratteristici del cinema comico anni ’20, stile Stanlio e Ollio per intenderci, che non fanno altro che
sottolineare il senso di “rilettura” di un opera antica.
Come nella
commedia greco-romana abbiamo posto la
flautista, abbigliata con tanto di tunica bianca e corona di pampini in testa,
sulla scena, facendola diventare non un contorno ma un personaggio d’azione,
burlone, sempre pronto a prendere in
giro con la musica più ironica gli eccessi emotivi dei personaggi (come
le smanie d’amore del vecchio nell’Es.1), agendo a volte come elemento di
disturbo, un folletto saltellante che pesta i piedi agli attori. Il flautista
comunica anche con gli attori e spesso viene richiesto il suo contributo sempre
musicale alla scena (Vedi anche Es. 6)
Se nel
flauto si riscontrano le maggiori fedeltà al passato, l’anacronismo del
pianoforte porta con la sua carica vitale elementi estremamente nuovi. La sua
esuberanza ritmica è particolarmente adatta sia per accompagnare le scene
movimentate con corse, salti, spostamenti
rapidi e perfino calci e pugni, per caricare ancora le atmosfere piene
di equivoci e doppi sensi talvolta anche pesanti e infine per scaricare la
tensione delle scene con brevi intermezzi farseschi per le uscite burlone dei
personaggi.
Inoltre il pianoforte aumenta la parodia
collegandoci ad atmosfere irrefrenabili da film muto, completando il mix fra
fedeltà alla tradizione e goliardiche e spassose “eresie” per il teatro
classico.

Un esempio che, fin
dalle prime prove è risultato molto spassoso e quindi ben riuscito, di
“caricatura” delle situazioni scabrose con il pianoforte è l’inizio della
commedia con l’entrata di Casina da fuori
palco:
(Es.2) – La vicenda si apre con Casina che racconta
al pubblico la sua triste storia di povera orfanella abbandonata che viene
adottata e presa come serva da una
ricca matrona. La musica languida e dolce cerca di portare al paradosso la
storia.

(Es.3) – La narrazione continua finchè non si comincia timidamente ad avvertire
qualcosa di strano, Casina ci fa capire in maniera innocente che qualcuno le
sta mettendo gli occhi addosso. La protagonista appare ignara e in buona fede ma dal pianoforte fa capolino un
incedere ironicamente inquietante quasi a presagire cose che il pubblico già
sospetta che quindi si fanno sempre più chiare ed evidenti in un crescendo goffamente drammatico.
L’effetto ricercato è una parodia burlesca del pathos, resa ancor più
esilarante dal contenuto “scabroso” del racconto.

(Es.4) – L’intervento musicale si conclude con l’apoteosi comica della
“marcia” in crescendo, una esplosione farsescamente raccapricciante e
ironicamente scandalizzata del contenuto osceno che vuol prendere in giro la
sensibilità fin troppo suscettibile allo scandalo.
Una parte secondaria ma non da trascurare si è
rivelata l’atteggiamento teatrale del pianista, che ha ottenuto un buon
successo comico durante le prove con occhiate ammiccanti e quasi libidinose
lanciate a Casina ed al pubblico, per ribadire di nuovo l’atmosfera carica di
doppi sensi.
Sebbene far
ridere si sia rivelata un’impresa abbastanza facile, questo non ci deve far
perdere di vista il bisogno di una certa purezza, per rimanere fedeli almeno
con le idee al teatro classico.

Le citazioni dall’effetto
esilarante di brani di autori commerciali contemporanei devono essere
realizzate il più finemente possibile con accenni
brevi, composti, timidi e giustamente dosati, per ottenere ’effetto di un
grande e vitale “calderone” sonoro ben proporzionato e tutto sommatoelegante.
(Es.5) - Momento finale del monologo di Calino. La
soluzione è nata spontaneamente in prova,costruita sulle parole <Abbiamo già
vinto> che hanno dato al pianista l’idea di una citazione da “Momenti di
Gloria” di Vangelis all’improvviso. La citazione in questione, che ci ha dato
l’idea per le successive, è assai d’effetto per la brevità, un piccolo accenno
che nasce dalla musica d’atmosfera precedente e subito si dilegua.

(Es.6) – A metà della rappresentazione si trova la citazione più
evidente e “sfrontata”, nata per gioco in classe che abbastanza coraggiosamente
abbiamo deciso di inserire fra le musiche di scena. Il motivetto xxxxxxx,(già
famoso negli anni ’60 e ancora
utilizzato nella pubblicità) ci
è servito come brillante parodia del canto nuziale romano, l’meneo. (Imene, Imeneeeoo….).
Il momento più esagerato e demenziale arriva quando dopo l’accenno di flauto
solo anche il pianoforte attacca e i due attori, Calino e Olimpione cantano a
voce spiegata ballettando tipo “Disco-Music”.

/(Es.7) – Atto finale, uscita di Olimpione malmenato dalla stanza.
Anche questa è una citazione, assai più colta (Schubert, trio Op. D909), la
“marcia funebre” riprende in continua variazione l’attacco del pezzo classico,
una musica lacerante, infinitamente troppo drammatica per la situazione
scabrosa e irriverente. Un ottimo appoggio viene dall’uscita dell’attore che
striscia per terra con aria disperata da film di guerra, ottenendo un effetto
comico con mezzi opposti all’Es. 6.
Si potrebbe avere
l’impressione che con tutto questo materiale eterogeneo il risultato sia di
grande confusione, ma la “scommessa” è stata riuscire a integrare tutto questo
in un suono nuovo, un po’ raffinato, un po’ rozzo, a volte “sfacciato” e altre
ironicamente troppo serio; un’omogeneità che viene sia dalla tecnica abbastanza
“minimalista” dell’improvvisazione, sia dalla “linea di programma” seguita da
noi ragazzi, divertirsi serenamente non tenendo conto di vincoli di sorta.
Alessandro Ratoci
I PERSONAGGI: COME LI ABBIAMO IMMAGINATI
Nella
commedia antica, i personaggi sono il risultato di un processo di tipizzazione
che porta al formarsi di caratteri convenzionali dotati di tratti costanti: il
vecchio avaro o ridicolmente innamorato, il giovane sprovveduto, la cortigiana
avida e sfacciata, il servo astuto, il parassita ecc. Tutti comunque sono delle
vere macchiette, ovvero personaggi “piatti” da cui emerge solo un aspetto della
loro personalità, per esempio l’avidità, l’astuzia o la stupidità, finendo col
risultare l’”incarnazione “ dei pregi ma soprattutto dei difetti umani.
In Plauto sono poche le sfumature
psicologiche tese a rendere verosimili i personaggi: anzi, per sfruttare al
massimo le potenzialità comiche,
vengono accentuati i tratti caricaturali. Non sono perciò personaggi “a tutto tondo”, non hanno un
reale spessore psicologico come i
comuni esseri umani, pieni di mille sfaccettature e di mille
contraddizioni, ma sembrano quasi
“burattini” che inseguono solo uno scopo che è tipico del loro personaggio. Non
c’è quindi suspence: ogni personaggio segue un ruolo
prestabilito e per gli spettatori (specialmente quelli dell’antichità) è già
tutto scontato perché si aspettano già quello che deve accadere.
Noi
“attori” abbiamo comunque cercato nel testo tutte le possibili sfumature
e tutti i possibili indizi che potessero servire per l’analisi di ogni
personaggio e per andare un po’ oltre i
canoni imposti da Plauto.. Dobbiamo dire che non ci era mai capitato di fare uno
studio così approfondito di un personaggio: abbiamo cercato infatti di plasmare
questa materia “piatta” in qualcosa di più complesso aiutandoci soprattutto con
la fantasia, in modo tale che ciascuno
di noi offrisse qualcosa della propria personalità a quella del proprio
personaggio. Per questo abbiamo fatto il gioco
del processo, che consisteva in questo: ogni personaggio, cioè ogni attore
che in quel momento era solo l’incarnazione del personaggio, a turno faceva
l’”imputato” e gli altri lo difendevano o l’accusavano secondo la trama del
copione o secondo una personale impressione, di simpatia o di antipatia, che
nasceva in quel momento
indipendentemente dal testo. Questo ci
ha fornito del materiale nuovo, delle sfumature diverse che mai ci saremmo aspettati
e con cui è stato più facile dare a questi “tipi” umani una vita un po’ più
vera.
Durante il
“processo”, da quanto eravamo coinvolti, sono nati anche dei veri e
propri “litigi” e sono emerse anche vecchie ruggini che naturalmente non
risultano dal testo di Plauto. Per esempio, fra Calino e Olimpione c’è un grande astio non solo per la contesa
riguardo al matrimonio con Casina, ma è venuta fuori l’invidia di Calino per i privilegi di Olimpione e nello stesso
tempo la paura e la soggezione di Olimpione per la sua consapevolezza di essere
inferiore intellettualmente (in pratica uno scemotto) rispetto a Calino. Naturalmente queste “trame” che abbiamo
tessuto al di là del copione, non cambiano la storia: lo spettatore molto
probabilmente non le coglierà neppure. Questo lavoro di rielaborazione servirà
soltanto a noi “attori”, nel nostro tentativo di dare un maggiore spessore a
queste figure che emergono dal testo di Plauto. Sicuramente ci è già servito
molto per capire quanto lavoro di analisi e quanto lavoro di fantasia, e soprattutto quanta disponibilità a
lasciarsi coinvolgere e a lasciarsi un po’ “smascherare” siano necessari per
trasferire un personaggio dalla pagina scritta alla comunicazione viva del
linguaggio teatrale.
Ecco dunque come abbiamo immaginato i nostri personaggi:
Olimpione:
vilicus, cioè fattore, classico servus rusticus, uomo di mezza età,
piuttosto sporco e dai modi screanzati.
Non appartiene certo alla categoria del servo furbo, anzi lo immaginiamo
un po’ scemo, ma è comunque un servo risoluto e prepotente. Attaccato alla
religione e alle tradizioni. Sa di essere superiore a Calino come ruolo sociale
ma non nei fatti: per questo coglie
ogni occasione per ostentargli il suo “potere” e per umiliarlo.
Calino: servus urbanus, Servo furbo
e spiritoso, malizioso, orditore di trame, coraggioso sia nelle parole sia nei
fatti. Va contro il padrone e tiene testa al fattore, con battute pungenti.
Prova forse anche un po’ d’invidia per Olimpione, per il suo ruolo più elevato.
Lisidamo:
vecchio lascivo e scostumato, con tendenze bisex, anzi fissato con il
sesso (caratteristica senile). Oltre a
ciò è anche sciocco e codardo, prepotente e strafottente, ma poi anche
piagnucoloso e tremebondo al momento della “resa dei conti”. Privo di morale.
Lo immaginiamo almeno sessantenne, con qualche reumatismo, con l’andatura un
po’ faticosa (che contrasta vistosamente con le sue velleità amatorie).
Cleostrata: classico esempio di uxor dotata, padrona abituata a
comandare. Donna di mezza età, navigata, sincera, intelligente, cocciuta,
emancipata, furba e vendicativa. Non
prova nessuna pena per la fissazione senile del marito. Lo beffa per vendetta e
ripicca, non per correggerlo. Anche il suo perdono finale è finto, è solo per rimandare “in privato” la resa
dei conti (questa nostra interpretazione dovrà essere ben evidenziata nella
scena finale).
Pardalisca: serva; abbastanza giovane ma navigata, furba,
fedele alla padrona , si mette in gioco per puro divertimento, recitando bene
la parte che la padrona le ha assegnato. Personaggio non facile, proprio perché
l’attrice deve recitare una recitazione.
Mìrrina: donna di mezza età, anche
lei piuttosto esperta delle cose del mondo, padrona intelligente e furba, ma
più tollerante di Cleostrata verso i vizi senili, non perché più buona ma forse
perché meno dotata di lei e quindi in
condizione più subalterna rispetto al marito.
Alcesimo: vecchio, coetaneo di
Lisidamo. Non brilla né per intelligenza né per spirito pratico, di poco
spessore. Il suo ruolo pubblico (è senatore) contrasta con l’immoralità
privata. E’ infatti più la mancanza di morale che l’amicizia a spingerlo a favorire
le imprese erotiche del vicino di casa. Ce lo immaginiamo anche un po’
rincitrullito e arteriosclerotico.
Càsina, ovvero “la ragazza del caso”
(o secondo altri “la ragazza che profuma di cannella”), giovane e inesperta, è
“l’oggetto del desiderio” che muove la commedia., ma che non partecipa
all’azione. Abbiamo deciso di affidare a lei il prologo, dove mostrerà la sua
ingenuità e la sua grazia, ma anche la sua stizza di “personaggio escluso”.
Camilla
Cammelli
Flavia
Petruzzi
La
maggior parte delle commedie di Plauto iniziavano con un prologo: in alcune più
lungo, in altre più breve. I prologhi avevano senz’altro una funzione
informativa (spiegare l’antefatto, introdurre il pubblico nell’ambiente dei
personaggi) ma soprattutto avevano il compito di stimolare l’attenzione e la
curiosità degli spettatori “Gli scrittori latini non sono in grado di dare per
scontato che il loro pubblico sia
interessato alla commedia. I loro prologhi
hanno come obiettivo primario quello di assicurare alla commedia un uditorio”. (BEARE, I
Romani a teatro, Laterza ) E
infatti, se si osservano i prologhi di
Plauto, sono piuttosto spiritosi: allusioni a fatti o a situazioni di
attualità, allocuzioni scherzose al pubblico, battute di spirito varie, ecc.
erano gli ingredienti che servivano a richiamare l’attenzione di un pubblico
che doveva essere talvolta anche impaziente. Tant’è vero che in diversi prologhi Plauto promette di
essere breve: “quam potero in verba conferam paucissima” (Menaecmi). Ma questi prologhi erano
veramente tutti opera di Plauto? Gli studiosi avanzano a tale proposito molti
sospetti. Una battuta come quella del prologo dei Menaecmi: “Vi porto Plauto, beninteso con la lingua, non in mano”
ha più il sapore di una battuta spiritosa pronunciata da un impresario o da un capocomico, perché è poco verosimile che
Plauto stesso potesse presentare così una sua commedia. Il prologo della Casina, poi, è sicuramente post-plautino, almeno in buona parte,
perché fa espresso riferimento a una rappresentazione della commedia di
parecchi anni posteriore alla morte
dell’autore, quando già erano di moda altri tipi di commedia (e si allude
probabilmente a quelle di Terenzio),
“multo nequiores quam nummi novi” (molto più scadenti delle monete
nuove). “I più vecchi tra voi hanno già avuto modo d’apprezzarla, i giovani,
certo non l’hanno vista ecc.”: è chiaro che non è Plauto a parlare visto che la
Casina è quasi generalmente ritenuta
l’ultima commedia da lui composta, forse proprio nell’anno della morte (184
a.C.). Dopo la polemica iniziale contro
le nuove commedie il prologo invita il pubblico a scacciare i pensieri della
vita quotidiana, soprattutto i debiti, e a prestare ascolto. Racconta la trama
della commedia, con riferimento soprattutto a fatti o personaggi che precedono
(esposizione di Casina, sua educazione ecc.) o che non sono presentati nella
commedia (il figlio di Lisidamo anche lui innamorato di Casina che si trova
all’estero), e fatti che avvengono dopo: (l’agnizione di Casina come fanciulla
libera ecc). Il racconto è poi inframezzato da battute scherzose sulle nozze
tra schiavi. Tutto questo per ben 88
versi.
Ci siamo
posti la domanda: è recitabile oggi un prologo del genere? In una traduzione
per la lettura era forse doveroso riportarlo integralmente, ma in una
traduzione per la scena? Dove lo troviamo un attore capace di recitare un
monologo così lungo e di stimolare la curiosità del pubblico? E’ molto più
probabile che il pubblico si addormenti, e questo sarebbe il tradimento più
grande che si potrebbe fare a Plauto. E poi che attualità può avere la polemica
tra autori teatrali dell’antica Roma o i discorsi sulle nozze degli
schiavi? Ci siamo convinti che il
prologo era la parte “flessibile” della commedia, quella che via via si
adattava al pubblico nelle varie circostanze ambientali della rappresentazione
ed era quindi quella più soggetta a variazioni e a rifacimenti di impresari e
di capocomici. Perché noi a duemila e duecento anni di distanza avremmo
dovuto recitare lo stesso prologo, che
tra l’altro non era neppure quello, ormai, di Plauto?
Abbiamo
quindi deciso di buttare nel cestino della carta una traduzione che ci era
costata diversi giorni di sudori (e il prologo, senza dialogo e con periodi
abbastanza lunghi, era senz’altro la parte più noiosa da tradurre), ma questa soluzione ci sembrava per la verità
un po’ frustrante. E ci è venuta l’idea di rifarne un altro, di prologhi,
scritto integralmente da noi. Qualcuno ha detto “E perché in questo prologo non
facciamo parlare proprio Casina, che pur dando il suo nome alla commedia è poi
esclusa dall’azione scenica?” “Buona idea, ma che cosa le facciamo dire?” “La
facciamo protestare per l’esclusione dalla commedia e nello stesso tempo le
facciamo raccontare l’antefatto della sua storia”. E’ quindi uscita Casina come personaggio “escluso”, puro oggetto
del desiderio, conteso da tutti i personaggi ma sempre assente dalla scena, che
tenta di affacciarsi per raccontare qualcosa di sé, per rivendicare la parte che Plauto le ha negato. Ma
inutilmente: la commedia segue il suo corso, stabilito una volta per tutte
dall’Autore.
Il prof. ha trovato questa idea un po’ troppo
“pirandelliana” e quindi poco in linea col teatro antico: a noi è sembrato un
modo vivace di iniziare la commedia, un modo per avvicinare di più la commedia
alla nostra realtà e al nostro pubblico, per creare un “contatto” immediato con
gli spettatori , per coinvolgerli subito nella storia. I prologhi delle
commedie latine non si proponevano forse lo stesso
scopo?
Silvia Notaro
Eleonora Viviani
PLAUTO, Casina,
introd. di Cesare Questa, trad. di
Mario Scandola, Rizzoli, 1988
PLAUTO, Tutte le commedie, introduzione e trad.
di Ettore Paratore, Newton Compton, 1992
P.P. PASOLINI, Il
Vantone di Plauto,.Presentazione di Umberto Todini, Appendice di P.P. Paso-
lini, Garzanti, 1963
FRAENKEL, Elementi plautini in Plauto, La Nuova
Italia, 1960
G. MOUNIN, Teoria
e storia della traduzione, Einaudi, 1965
W. BEARE, I
Romani a teatro, Laterza, 1988
F. DUPONT, Teatro
e società a Roma, Laterza 1991
G. CHIARINI,
Introduzione a Plauto,
Laterza, 1991
Tito M. Plauto
CASINA
PERSONAE
PERSONAGGI
LYSIDAMUS, senex LISIDAMO, vecchio
ALCESIMUS, senex ALCESIMO,
vecchio
OLYMPIO, vilicus OLIMPIONE, fattore
CHALINUS, servos CALINO, servo
CLEUSTRATA, mulier CLEOSTRATA, moglie di LISIDAMO
PARDALISCA, ancilla PARDALISCA,
serva
MYRRHINA,
mulier MIRRINA,
moglie di ALCESIMO
CHYTRIO,
coquos
CITRIONE, cuoco
Tibicen Un
flautista
PROLOGO
(CASINA entra in scena furtivamente; si guarda intorno per paura di
essere vista; si rivolge al pubblico parlando quasi sottovoce)
CASINA: Tss !!! (guardandosi intorno) Oh!, non c’è
mica Plauto, vero? Quel tipo basso basso, con quella barba lunga e con
quei piedi piatti... no, non c’è? Guardate che mi fido di voi !?! Bene, io sono
Casina, ma avete capito?: CASINA. Sì, perché qui si sta per parlare di me, ma
nessuno si è preoccupato di chiamarmi;
IO sono la protagonista di
questa storia e chi meglio di me potrebbe
raccontarvela? E invece Plauto va in giro a raccontare i fatti miei senza neanche preoccuparsi di mettermi
fra i personaggi della commedia!
Geniale, vero? Almeno
potrebbe ringraziarmi: per secoli ha
fatto successo anche grazie a me.....capito quella volpe?!? Quindi approfitterò
dell’occasione per raccontarvi con
parole mie la mia storia.
Sedici anni fa ero stata abbandonata, ancora in fasce, da mia madre, ma
un servo mi raccolse e mi prese con sé; mi affidò poi alla sua padrona
pregandola di prendersi cura di me e di educarmi; e lei così ha fatto, mi sono
sempre sentita come se fossi stata una sua vera figlia.
Ma adesso viene il bello della storia: è da un po’ di tempo, visto che
ormai son quasi una donna, che gli uomini hanno incominciato a guardarmi. Non è
poi cosa così strana. A me fa anche
piacere essere corteggiata, ma quando ha incominciato a farlo anche quel
vecchio ‘babbione’ che sarebbe il marito della mia padrona, ecco che iniziano i
problemi; e come se non bastasse anche
suo figlio si è innamorato di me.
Quel vecchio si è addirittura permesso di mandare quel buzzone del suo
fattore a chiedermi in moglie (e questa sarebbe già una disgrazia, brutto,
rozzo e screanzato com’è) ma da come mi guarda ho paura che abbia in mente qualche
cosa di peggio: ho paura che sia lui, il vecchiaccio, a volermi e che il
fattore gli debba fare solo da paravento per non insospettire la moglie....(Casina sente delle voci). Accidenti!
Rieccoli! Anche questa volta mi devo interrompere! Proprio non c’è verso di raccontarla
questa storia: sono sempre loro a invadere la scena. E io, che ci sto a fare?
Non mi resta che andarmene (se ne va
molto contrariata, con ampi gesti di disappunto) e lasciare il campo ai soliti
“personaggi”. Saranno loro a raccontarvi tutto. (con ironia) Buon
divertimento!
OLIMPIONE, CALINO, servi
OLIMPIONE: Non posso parlare dei cavoli miei senza averti tra i
piedi? Perché mi vieni dietro,
disgraziato?
CALINO: Perchè ho deciso di seguirti come un’ombra, in qualunque
posto tu vada. Anche se ti mandassero
sulla croce ti seguirò; da questo tu
capisci bene che non mi potrai soffiare Casina con le tue trappole, come ti
piacerebbe fare.
OLIMPIONE:
Ma che diavolaccio vuoi da me?
CALINO: Come ti
permetti, sfacciato? Perchè sei venuto a strisciare in città, zoticone da
strapazzo?
OLIMPIONE:
Perchè mi garba.
CALINO: Perchè non sei in campagna dalle tue
parti? Perchè non pensi a tutto quello che hai da fare là e non lasci perdere
gli affari cittadini? Tu sei venuto qua per soffiarmi la donna; ora sù torna in
campagna e vai a farti ammazzare.
OLIMPIONE: Calino, lo so io cosa devo fare. Infatti ho messo uno di
fiducia a badare alla campagna. Sì, sono venuto qua per sposare quella che ti
fa smaniare, quella bella morbiduccia Casina, la tua compagna di servitù. E se
ci riuscirò la porterò via con me, la sposerò, e mi sistemerò lì con lei per sempre.
CALINO:
Tu dovresti sposarla? Preferisco morire impiccato piuttosto che vederla
insieme a te.
OLIMPIONE:
Lei sarà mia: o comincia a preparare il cappio!
CALINO:
Quella donna sarà davvero di uno come te, appena uscito da una concimaia?
OLIMPIONE:
Eppure sarà proprio così.
CALINO:
Guai a te!
OLIMPIONE: Come è vero che son vivo, il giorno dello
sposalizio ti farò patire le pene
dell’inferno.
CALINO:
E che cosa mi farai?
OLIMPIONE: Che cosa ti farò? Prima di tutto tu mi
reggerai il moccolo durante lo sposalizio. Poi, per farti sentire un verme e
una nullità, quando tu verrai nella casa di campagna ti darò un’anfora, un bel
sentiero che porta a una fonte, una tinozza di bronzo e otto botti, e se non
saranno sempre piene ti spellerò a frustate. A forza di portare acqua ti farò diventare
curvo come la sella del cavallo. E poi, se non ti adatterai a mangiare il grano
crudo o la terra come un lombrico, quando tu avrai fame ti voglio vedere più
digiuno del digiuno in persona, perdio.
E poi, quando ormai tu sarai ridotto come un cencio, farò in maniera che
la notte tu t’abbia a riposare come tu ti meriti.
CALINO:
E che cavolo mi farai?
OLIMPIONE: Ti farò legare
dietro alla tenda della finestra, da
dove tu possa sentire tutto, quando la bacerò. Quando lei mi dirà: “O
cuoricino, Olimpioncino mio, o mia vita, o mio zuccherino, o mia dolcezza,
fammi baciare i tuoi occhioni belli, o gioia mia, fatti amare, su, mio giorno
di festa, passerottolino mio,
piccioncino mio, leprottino mio”; quando mi dirà queste cose allora
furfante tu ti strofinerai alla parete come un topo. E ora perché non ti venga
voglia di rispondermi, vo dentro; mi son rotto a star qui a parlare con te(entra in casa di Lisidamo).
CALINO: E io ti vengo dietro. Tu qui perdio non
farai nulla di certo senza che io ti controlli.
CLEOSTRATA,
PARDALISCA
CLEOSTRATA:
Sigillate le dispense e riportatemi l’anello col sigillo. Io vado qua
vicino dalla mia amica. Se mio marito mi vuole, venite a chiamarmi lì.
PARDALISCA:
Ma il vecchio aveva ordinato di farsi preparare il pranzo.
CLEOSTRATA: Zitta, col cavolo che glielo preparo.
Oggi qui non si cucina. Si è voluto mettere sia contro di me che contro suo
figlio, con i suoi intrallazzi
d’amore, quello svergognato. Gliela
farò vedere io a quel vecchio caprone: gli farò patire la fame, la sete, gliene
dirò e gliene farò di tutti i colori. Lo farò marcire a forza di male parole e
di dispetti, lo farò tribolare come si merita, quel cadavere imbalsamato, quel
cacciatore di schifezze, quello stalletto pieno di tutte le porcherie.
Ora vado a sfogarmi un po’, a piangere le mie disgrazie qui dalla mia
vicina. Ma scricchiola la porta: è proprio lei che sta uscendo. Non ho scelto
certo il momento migliore per la mia visita.
MIRRINA, CLEOSTRATA
MIRRINA: Ragazze, venite con me qui vicino; ehi
voi, ma c’è qualcuna che mi dà retta? Se mio marito o qualcun altro chiederà di
me sarò qui, perché quando sono sola in casa mi vien sonno e mi annoio. Se non
mi sbaglio avevo chiesto di farmi portare gli arnesi per filare..
CLEOSTRATA:
Ehi, salve Mirrina!
MIRRINA:
Accidenti, salve Cleostrata! Ma santo cielo, perchè sei triste?
CLEOSTRATA: Beh, così fan tutte...le donne deluse
dal matrimonio! Ci sono molte cose
che mi vanno storte e per questo stavo venendo da te.
MIRRINA: E io da te; ma dimmi, cosa ti fa star
male? Forza, dimmelo, ormai dovresti saperlo che quando stai male, io sono in
pena.
CLEOSTRATA: Lo so, perdiana: infatti a pensarci
bene, non voglio bene a nessun’altra come a te; tu hai proprio tutte le doti
che cerco in un’amica.
MIRRINA:
Grazie, ma ora dimmi di che si tratta.
CLEOSTRATA:
Mio marito a casa mi tratta malissimo.
MIRRINA:
Accidenti, vuoi ripetere? Non ho ancora capito di che diamine ti lamenti.
CLEOSTRATA:
Mio marito mi tratta malissimo e non ho mai voce in capitolo.
MIRRINA: Ma se è vero quello che dici, la cosa è
davvero strana, perché di solito sono i mariti che non hanno voce in capitolo con
le mogli!
CLEOSTRATA: Per giunta vuole la mia servetta
privata, che da anni è con me, per darla al suo fattore. Ma tanto io lo so che
la vuole per sé perché si è innamorato di lei!
MIRRINA:
Uhh..su su dimmi tutto, tanto siamo tra noi.
CLEOSTRATA:
E va bene..
MIRRINA: Ma aspetta un po’: e tu come l’hai avuta
quella serva? Te lo chiedo perché una vera signora non dovrebbe avere proprietà
personali, e se le ha o le ha fregate al marito o se le è procurate con il
commercio..carnale a sua insaputa. Io sono convinta che in un matrimonio quello
che è dell’una deve essere anche dell’altro.
CLEOSTRATA:
Ehi, ma tu da che parte stai?
MIRRINA: Chetati stupida e ascolta. Non metterti
in mezzo, lascia che ami quella ragazza, in fondo quest’uomo non ti fa mancare
nulla!
CLEOSTRATA: Ma hai
perso la testa? Non capisci che va
anche contro il tuo interesse dire queste cose?
MIRRINA:
Stupida, occhio a quelle famose parole che potrebbe dire tuo marito....
CLEOSTRATA:
Quali parole?
MIRRINA:
“Ei foras, mulier” Via di qui, vattene, o donna!
CLEOSTRATA:
SStt… chetati un po’
MIRRINA:
Che c’è?
CLEOSTRATA:
Ehmmm......
MIRRINA:
Chi c’è, chi hai visto?
CLEOSTRATA:
Oh, ecco mio marito, su entra in casa, muoviti perdiana!
MIRRINA:
Va bene, vado via!
CLEOSTRATA:
Mi dispiace ma parleremo un’altra volta, quando avremo più tempo. Stammi bene.
MIRRINA:
Auguri a te.
Scena
III
LISIDAMO,
CLEOSTRATA
LISIDAMO
(tra sé):
Io credo che l’amore sia la più luminosa
di
tutte quelle cose che hanno luce radiosa.
Chi
potrà ricordare in tutta la sua vita
una
cosa più dolce, più gustosa e gradita?
Anche
i cuochi usan tanti e vari condimenti,
salse,
spezie, per dare più gusto agli alimenti.
Ma di
tutte più forte fra le spezie è l’amore,
che a
tutto dà profumo, a tutto dà sapore.
Fa
diventare dolce anche il fiele, ch’è amaro
e
anche l’uomo più triste lo fa amabile e caro.
Tutto
questo lo dico non così, in generale,
ma
perché ne ho fatta esperienza personale.
Amo
Casina, infatti, e più che m’innamoro,
più
divento gentile, raffinato, un tesoro!
E per
questo frequento molte profumerie,
parrucchieri,
estetiste, sarti e bigiotterie,
per
piacer solo a lei,...e so già che le piaccio.
Ma mia
moglie sta là, oh me poveraccio!
Sempre
tra i piedi, rompe, non vuole mai crepare,
mi
punta come un cane. La devo un po’ calmare..
(con un largo sorriso)
Ehi,
mogliettina mia!, dolcezza mia, che fai?
CLEOSTRATA:
Va’ via e tieni le mani a posto!
LISIDAMO: Cara la mia Giunone, non sta mica bene
che tu sia così adirata con il tuo caro Giove. Dove te ne stai andando?
CLEOSTRATA: Lasciami andare!
LISIDAMO: No.
CLEOSTRATA: Me ne vado!
LISIDAMO:
E allora ti seguirò
CLEOSTRATA: Ma di’ un po’, stai bene di cervello?
LISIDAMO: Benissimo. Ma quanto ti amo!
CLEOSTRATA: Non voglio che tu mi ami
LISIDAMO:
E io ti amo lo stesso!
CLEOSTRATA: Ohi ohi, mi fai morire con questa storia!
LISIDAMO: (a
parte) Vorrei solo che tu dicessi la verità.
CLEOSTRATA: (a
parte) Ci credo, e lo so io il perché.
LISIDAMO:
Guardami, amore mio, dolcezza mia!
CLEOSTRATA: Sì, proprio come tu sei per me. Ma ti
dispiace dirmi da dove viene questo profumo?
LISIDAMO: (a parte) Ahi, ahi, sono fritto! M’ha beccato proprio sul fatto. Ha
sentito il profumo. Cosa aspetto a pulirmi il capo col mantello? Che Mercurio
ti mandi un accidente secco, stupido profumiere che mi hai dato questa roba!
CLEOSTRATA: Ehi, imbranato, buono a nulla, zanzarone con la testa bianca! Sto
scoppiando dalla voglia di dirti tutto quello che ti meriti. Vecchio come sei
vai in giro grondante di profumi, sciagurato?
LISIDAMO:
Ma che cavolo! Ho aiutato un amico a scegliere dei profumi!
CLEOSTRATA:
Accidenti, come ti sei ripreso bene! Ma non ti vergogni?
LISIDAMO: Di’ pure quello che vuoi.
CLEOSTRATA: Dove sei stato, in un bordello?
LISIDAMO:
Io in un bordello???
CLEOSTRATA:
Io ne so più di quanto tu credi.
LISIDAMO:
Che cosa? che cosa sai?
CLEOSTRATA: So che tra tutti i vecchi non c’è
nessun vecchio che può essere più imbecille di un vecchio imbecille come te. Da
dove vieni, sciagurato? dove sei stato? dove hai fatto baldoria? dove sei stato
a bere? Cavolo, sei ubriaco fradicio, guarda un po’ com’è conciato il tuo
mantello!
LISIDAMO: Che gli dei ci mandino un accidente a
tutt’e due se oggi una sola goccia di
vino è entrata nella mia bocca.
CLEOSTRATA:
E allora fa’ quello che vuoi, bevi, mangia e consuma tutti i tuoi soldi.
LISIDAMO:
Basta, moglie, chiudi il becco, mi pare che tu stia schiamazzando troppo.
E risparmia un po’ di parole per leticare domani. Ma che dici? Non è
meglio che tu ti calmi un po’, e che tu faccia quello che vuole il tuo maritino,
invece che andargli contro?
CLEOSTRATA:
Riguardo a che cosa?
LISIDAMO: E me lo chiedi, anche? Riguardo a
Casina, perché sia data in moglie al nostro fattore, quel bravo servo. Da lui
non le mancherebbe la legna, l’acqua calda, da mangiare, da vestire, un bel
posticino per tirar su bene
tutti i figlioli che partorirà...Invece che darla in moglie a quel buono a
nulla del servo scudiero, a quello sciagurato che in questo momento non ha da
parte nemmeno una monetuccia di piombo.
CLEOSTRATA:
Ma perdiana, è straordinario che tu pur essendo vecchio non ti ricordi
più qual è il tuo dovere.
LISIDAMO:
E che cosa sarebbe?
CLEOSTRATA: Perché se tu ti comportassi come si
deve, mi permetteresti di occuparmi
delle serve, che è compito mio.
LISIDAMO: Sciagurata! E perché ti interessa tanto
dare la tua serva a quello scudieruccio da strapazzo?
CLEOSTRATA:
Perché dobbiamo compiacere il nostro unico figlio.
LISIDAMO: Benché sia unico non è mica più unico
lui per me di quanto non sia io padre unico per lui? E’ più giusto che sia lui
a cedere a me piuttosto che io a lui.
CLEOSTRATA: Ehi, uomo, perdiana, ho l’impressione che tu ti stia cacciando in
una gran brutta situazione, me lo sento.
LISIDAMO:
Chi, io?
CLEOSTRATA: Sì, proprio tu. E infatti come mai
tutto questo friggere? Tutto questo smaniare smaniosamente per questo?
LISIDAMO:
Ma solo perché sia data in moglie a un servo bravo e perbene piuttosto
che a un buono a nulla.
CLEOSTRATA: E se io
prego il fattore e ottengo da lui il favore di concederla all’altro?
LISIDAMO:
E se io invece prego lo scudiero e ottengo da lui il favore di concederla al
fattore? E credo proprio di ottenerlo.
CLEOSTRATA: Sta bene. Vuoi che ti chiami qui
fuori Calino? Tu prega pure lui, io
intanto andrò a pregare il fattore.
LISIDAMO:
Sì, per me va bene.
CLEOSTRATA:
Sarà subito qui; ora si vedrà chi di noi due è più persuasivo.
LISIDAMO:(a parte) Che Ercole e tutti gli dei la inceneriscano, ora che
posso parlare a voce alta! Io, povero me, mi sto struggendo d’amore e quella là
a bella posta mi vuole rompere le uova nel paniere. Io dico che ha già annusato
quello che bolle in pentola, per questo si dà tanto da fare, per questo fa di
tutto per appoggiare lo scudiero!
CALINO,
LISIDAMO
LISIDAMO:
(vedendo Calino uscire di casa) Che
tutti gli dei e le dee lo mandino in malora!
CALINO: Tua moglie mi stava dicendo che tu mi
volevi.
LISIDAMO:
Sì, infatti ti volevo parlare.
CALINO:
Che cosa vuoi? Parla!
LISIDAMO:
Prima di tutto devi parlarmi con più calma; è da pazzi fare il muso a
chi ha più potere. E poi l’ho sempre saputo che tu sei un bravo ragazzo.
CALINO:
E allora, se sono così bravo, perché non mi dai la libertà?
LISIDAMO:
Mi piacerebbe, ma non lo posso fare se tu non mi aiuti con i fatti.
CALINO:
Io vorrei soltanto sapere che cavolo vuoi.
LISIDAMO:
Senti, ho promesso di far sposare Casina col nostro fattore.
CALINO:
E invece tua moglie e tuo figlio l’hanno promessa a me.
LISIDAMO: Lo so, ma preferisci essere scapolo e
libero oppure passare il resto della
tua vita sposato e schiavo, te e tutti i tuoi figlioli? Sta a te la scelta.
CALINO: Se fossi libero dovrei vivere a mie
spese; ora invece vivo a spese tue. Riguardo a Casina, ho deciso che non la
cederò a nessuno al mondo.
LISIDAMO: (dopo
un attimo di ira trattenuta) E allora entra in casa e di’ a mia moglie di
uscire immediatamente e porta con te un secchiello pieno d’acqua e le tessere
per tirare a sorte.
CALINO: Va bene.
LISIDAMO:
Cavolo, taglierò questo nodo in qualche
maniera! Infatti se con questo sistema
non riuscirò a ottenere nulla, almeno la tirerò a sorte. Così mi vendicherò di
te e di quei due che ti appoggiano.
CALINO:
Tanto la sorte favorirà me.
LISIDAMO:
Sì la sorte ti manderà in malora.
CALINO:
Tu puoi macchinare quello che vuoi, tanto la sposerò io.
LISIDAMO:
Perché non ti levi di torno?
CALINO:
Lo so che non mi puoi vedere, ma io camperò lo stesso.
LISIDAMO: (a
parte) Non sono forse un disgraziato? non mi vanno forse tutte a rovescio?
Ho paura che mia moglie sia riuscita a convincere Olimpione a non sposare Casina.
Se è così eccomi qua: un povero vecchio finito, uno straccio. Se invece non ha
ottenuto quello che voleva posso ancora sperare nel sorteggio. Se poi anche la
sorte mi abbandona prendo una spada per cuscino e mi lascio cadere sopra. Ma
ecco Olimpione: casca proprio a fagiolo.
OLIMPIONE,
LISIDAMO
OLIMPIONE: (rivolgendosi
a Cleostrata, che è in casa) piuttosto che fare quello che tu mi chiedi, o
padrona, preferisco essere messo nel forno al posto del pane bigio.
LISIDAMO:
E’ fatta, sono salvo. Le tue parole mi ridanno speranza, se ho sentito bene.
OLIMPIONE: Perché mi ricatti, o padrona, con
questo discorso della libertà? E se tu e tuo figlio non volete, a dispetto vostro
posso diventare libero con un soldo.
LISIDAMO:
Cosa succede? Con chi stai litigando, Olimpione?
OLIMPIONE:
Con la stessa persona con cui tu stai sempre.
LISIDAMO:
Con mia moglie?
OLIMPIONE: Ma di quale moglie mi stai parlando?
Tu sei come un cacciatore, infatti vivi sempre giorno e notte insieme a un
cane.
LISIDAMO:
Ma di cosa sta parlando con te?
OLIMPIONE:
Mi prega, mi scongiura di non sposare Casina.
LISIDAMO:
E tu allora cosa hai risposto?
OLIMPIONE: Che anche se fosse venuto Giove in
persona a chiedermela, non gliel’avrei data.
LISIDAMO:
Che gli dei ti conservino in buona salute!
OLIMPIONE:
Ora ha un diavolo per capello: è tutta gonfia di rabbia contro di me.
LISIDAMO:
Accidenti vorrei che scoppiasse in due..
OLIMPIONE: Cavolo ma potrebbe anche succedere se
tu fossi veramente in gamba. Comunque io incomincio a averne le tasche piene di
questi tuoi intrallazzi d’amore: tua moglie ce l’ha con me, tuo figlio ce l’ha
con me, i tuoi servi ce l’hanno tutti con me.
LISIDAMO:
E che cosa te ne frega? Finché ci sarà questo padreterno dalla tua
parte, questi poveracci non li devi considerare un fico secco.
OLIMPIONE: Ma che cavolate dici? Dovresti sapere come
muoiano spesso i padreterni mortali. E
quando morirai e il potere passerà a questi deucci di mezza tacca, chi
ci resterà a proteggermi la schiena la testa e le gambe?
LISIDAMO: La situazione si risolverà non appena
riuscirò ad andare a letto con Casina.
OLIMPIONE: Sarà difficile che tu ci riesca perché tua
moglie non ne vuol sapere di darmela in
moglie.
LISIDAMO: E allora io farò in quest’altro
modo: getterò le tessere nel secchio e così tirerò a sorte fra te e Calino.
Ormai la situazione è cambiata, quindi bisogna
combattere con armi diverse.
OLIMPIONE:
Ma cosa succederà se la sorte girerà dall’altra parte?
LISIDAMO:
Fa’ gli scongiuri! Io credo negli dei, spereremo negli dei.
OLIMPIONE: Uhm..questo discorso per me non vale
nemmeno un filaccio marcio. Infatti tutti gli uomini hanno fiducia negli dei,
ma spesso ho visto uomini così fiduciosi che hanno preso certe fregature!
LISIDAMO:
Sstt..sta’ zitto!
OLIMPIONE:
E ora che vuoi?
LISIDAMO: Ecco Calino
che sta uscendo col secchiello e con le tessere: ora uniremo le forze e
scende- remo in campo.
Scena VI
CLEOSTRATA,
CALINO, LISIDAMO, OLIMPIONE
CLEOSTRATA: O Calino,
dimmi che cosa vuole mio marito da me.
CALINO: Cavolo, quello ti vorrebbe vedere morta
stecchita e poi arrostita fuori dalla città
CLEOSTRATA:
Lo credo anch’io, perbacco
CALINO:
E io perbacco non lo credo, ne sono proprio sicuro.
LISIDAMO: (a
parte)Ho in casa più artisti di quanti credevo, infatti ho anche un indovino.
(a Olimpione) E
allora cosa aspettiamo ad alzare le insegne
e ad andare incontro al nemico? Seguimi.
(a Cleostrata e Calino) Che
cosa state facendo, voi?
CALINO: C’è qui tutto quello che volevi: la
moglie, le tessere per il sorteggio, il
secchio e... il sottoscritto.
OLIMPIONE:
Secondo me tu sei uno in più
CALINO: Cavolo, per forza ti sembra così, io ti
dò fastidio, ti fo venire il mal di cuore,
tu goccioli già di sudore per la fifa che ci hai, mascalzone.
LISIDAMO:
Tappati la bocca Calino!
CALINO:
No, fa’ tappare lui.
OLIMPIONE:
No, lui che è già abituato a farsi tappare.
LISIDAMO: Passami il secchio e le tessere, e
state bene attenti. Eppure, cara
Cleostrata, credevo di poter avere il
permesso di avere Casina in sposa, e lo credo ancora.
CLEOSTRATA:
A TE dovevo darla in sposa?
LISIDAMO: Sì certo...oddio no...aspetta,
cioè....non volevo dire così, volevo
dire “a me” non “a lui”, cioè...tutto
il contrario, volevo dire “a lui”, perché io la desidero, cioè lui la desidera,
oddio che confusione che ho in testa, basta, sto parlando a vanvera.
CLEOSTRATA:
Certo che parli a vanvera, e ti comporti anche a vanvera.
LISIDAMO:
A questo qui...anzi, cavolaccio, a
me... vah, mi sono rimesso in carreggiata appena in tempo.
CLEOSTRATA:
Accidenti, mi pare che tu sbagli un po’ troppo spesso.
LISIDAMO: (a
parte) Eh, càpita quando si desidera troppo qualcosa. (a
Cleostrata) Ma tutti e due qui ti facciamo una preghiera.
CLEOSTRATA:
Che cosa?
LISIDAMO:
Ora te lo dico, dolcezza mia: su, concedi Casina al nostro fattore.
CLEOSTRATA:
Non mi passa neanche per l’anticamera del cervello.
LISIDAMO:
E allora penso che la cosa più giusta per tutti e due sia il sorteggio.
CLEOSTRATA:
E chi te lo impedisce?
LISIDAMO:
Giusto, penso proprio che sia la soluzione migliore. Alla fine, se quello che ci sta a cuore avverrà,
faremo salti di gioia; se succederà il contrario faremo buon viso a cattiva
sorte. (a Olim- pione) Prenditi una
tessera e guarda quello che c’è scritto.
OLIMPIONE: Uno
CALINO:
Non è giusto che l’abbia scelta per primo.
LISIDAMO:
(dando a Calino l’altra tessera) E tu
prendi questa per favore.
CALINO:
Va bene ma aspetta, mi è venuto un dubbio: guarda un po’ che sott’acqua non ci
sia un’altra
tessera!
LISIDAMO:
Lazzarone, ti pare che io sia come te?
CLEOSTRATA:
(dopo aver controllato dentro il secchio)
Non c’è niente, e ora datti una calmatina.
OLIMPIONE:
Speriamo che la fortuna mi...
CALINO:
Ti faccia venire un accidente secco!
OLIMPIONE: Ti verrà a
te, cavolaccio, devoto e religioso come tu sei! Ma dimmi la tua tessera non sarà mica di pioppo o di abete?
CALINO:
E che te ne importa?
OLIMPIONE:
Perché ho paura che galleggi.
LISIDAMO: Bravo, sta’ attento! Su, gettate tutte
e due le tessere qui dentro. Ecco qua, ora, moglie, rimescolale.
OLIMPIONE:
Come fai a fidarti di tua moglie?
LISIDAMO:
Sta’ calmo e tranquillo.
OLIMPIONE: No perdio,
sono sicuro che stregherà le tessere, basta che le tocchi.
LISIDAMO:
Chiudi il becco
OLIMPIONE:
Chiudo il becco, ma intanto prego gli dei...
CALINO:
Che tu vada alla tortura e alla forca oggi stesso!
OLIMPIONE:
...che mi concedano la fortuna....
CALINO: ..d’essere appeso per i piedi!
OLIMPIONE:
E che ti possano schizzare via gli occhi dal naso, quando tu te lo soffi!
CALINO:
E che paura hai? Tanto il cappio per te dev’esser già pronto.
OLIMPIONE:
Sei un uomo morto.
LISIDAMO:
E fate un po’ attenzione, tutti e due!
OLIMPIONE:
Mi cheto.
LISIDAMO: O Cleostrata, proprio perché tu non
sospetti che io abbia usato qualche trucco, ti affido questo compito: devi
essere proprio tu a sorteggiare.
OLIMPIONE:
Ma tu mi rovini!
CALINO:
No, no, sta facendo il suo interesse.
CLEOSTRATA:
Fai proprio bene!
CALINO:
Prego gli dei che la tua tessera sia scappata dal secchio.
OLIMPIONE:
Ah sì? siccome tu sei un evaso, anche le tessere ti dovrebbero imitare?
CALINO: Speriamo che ti si sciolga la tessera
nell’acqua come in quella storia dei figli di Ercole.
OLIMPIONE: E io invece
spero che sia tu a scioglierti da
quanto ti bruceranno le vergate.
LISIDAMO:
Su, su, Olimpione, andiamo!
OLIMPIONE:
Se questo saputello me lo permette.
LISIDAMO: Spero che la fortuna sia dalla mia parte.
OLIMPIONE:
Idem per me
CALINO:
No, a te no!
OLIMPIONE:
E invece sì, cribbio!
CALINO:
E invece sì, ma per me!
CLEOSTRATA:
(a Olimpione) Vincerà lui e tu sarai un disgraziato per sempre.
LISIDAMO:
Tiragli una sberla dritta dritta sul muso, che aspetti?
CLEOSTRATA:
Guai a te se lo tocchi!
OLIMPIONE: Come lo devo colpire, a mano chiusa o
a mano aperta?
LISIDAMO: Come tu preferisci
OLIMPIONE: (a
Calino) To’ eccoti servito!
CLEOSTRATA: Come hai osato?
OLIMPIONE: Me lo ha comandato Giove.
CLEOSTRATA: (a
Calino) Allora tiragli un bel cazzottone, come ha fatto lui, alla mascella.
OLIMPIONE: Ohi, sono morto, Ehi, Giove, mi
massacrano di pugni!
LISIDAMO: (a
Calino) Perché l’hai colpito?
CALINO: Perché me l’ha ordinato la mia Giunone.
LISIDAMO: Eh, bisogna sopportare; infatti è mia
moglie che comanda.
CLEOSTRATA: Questo qui (indica Calino) ha diritto di parlare quanto quello lì.
OLIMPIONE: Ma è lui che rompe le scatole quando
prego gli dei.
LISIDAMO: Ti conviene stare attento, Calino.
CALINO: Eh, sì, specialmente dopo tutti i
cazzotti sul muso che ho preso.
LISIDAMO: Su, via, forza, moglie, sorteggia. E
voi mi raccomando, state attenti. (a parte) Io me la sto facendo addosso
dalla paura, non so più dove sono, mi
fa male il cuore da quanto picchia per l’ansia.
CLEOSTRATA:
Ho preso una tessera.
LISIDAMO:
Tirala fuori.
CALINO:
(a Lisidamo) E non sei ancora morto?
OLIMPIONE:
Fammela vedere: è la mia!
CALINO:
Che ti venga un accidente, porca vacca!
CLEOSTRATA:
Sei stato battuto, Calino.
LISIDAMO:
Gli dei sono stati dalla nostra parte, Olimpione, come sono contento!
OLIMPIONE:
E’ tutto merito della devozione mia e dei miei antenati.
LISIDAMO:
Moglie va’ in casa e prepara per lo sposalizio.
CLEOSTRATA:
E va bene, farò come tu comandi.
LISIDAMO:
Lo sai vero, che c’è molta strada da fare, per arrivare in campagna, alla fattoria?
CLEOSTRATA:
Sì lo so.
LISIDAMO:
Ora va’ dentro, e anche se la cosa ti fa venire il mal di pancia, prepara tutto come si deve.
CLEOSTRATA:
E va bene
LISIDAMO:
Andiamo anche noi, per fare in modo che si sbrighino.
OLIMPIONE: E chi ti trattiene? Io, in presenza di questo (accennando a Calino) non voglio dire
una parola di più.
CALINO, solo
Impiccarsi, ma perché? Ormai
non ha più senso;
ci rimetto la corda senza
nessun compenso:
faccio solo un favore a tutti
i miei nemici
che festa che faranno, saran
tutti felici!
E poi sono già morto: ho perso
la scommessa:
la sposerà il fattore,
diverrà...fattoressa.
Che il fattore abbia vinto non
mi fa incavolare
quanto il fatto che il vecchio
l’ha voluto aiutare.
E che tifo faceva mentre si
sorteggiava!
e dopo la vittoria, visto come
smaniava?
Quel vecchio rimbambito
saltava come un matto
e tutti i reumatismi gli son
guariti a un tratto.
Ahimè, devo sparire, qualcuno apre le porte,
saranno i... cari amici, che
voglion la mia morte.
Intanto mi nascondo dietro a questo pozzetto,
e chissà che non nasca qualche
bel trabocchetto!
Scena VIII
OLIMPIONE, LISIDAMO, CALINO (nascosto agli altri due ma in condizione di essere visto dal pubblico)
OLIMPIONE: Lascialo
venire in campagna: te lo rimanderò con la forca come se fosse un carbonaio
LISIDAMO:
Sì, devi fare proprio così.
OLIMPIONE:
Te lo rimanderò conciato per le feste
LISIDAMO:Mi sarebbe piaciuto mandare Calino con
te a fare la spesa se fosse stato in casa, così avrei aggiunto anche questa
umiliazione allo scorno del nostro nemico.
CALINO: Striscerò contro la parete all’indietro
come un gambero: devo proprio captare, di nascosto, quello che dicono quei
due. Uno mi fa soffrire, l’altro mi tortura continuamente. Ecco questo bastardo
che si avvicina vestito di bianco, avanzo di galera! Ho deciso di rinviare il
mio suicidio: sarà lui ad arrivare per primo all’inferno.
OLIMPIONE: Sono stato proprio bravo con te, vero?
Ti ho dato tutto quello che volevi;
infatti oggi il tuo amore sarà qui con te all’insaputa di tua moglie.
LISIDAMO: Stt, chetati. Com’è vero iddio trattengo a stento le labbra per non
baciarti teneramente, dolcezza mia.
CALINO:
Cosa? baciare, dolcezza mia....Credo che oggi il padrone voglia andare molto a fondo col
fattore..
OLIMPIONE:
Ah, mi ami ora, eh?
LISIDAMO:
Certo, amo più te di me stesso. Ti posso abbracciare?
CALINO:
Cosa? abbracciare?
OLIMPIONE:
Ma certamente!
LISIDAMO:
Oddio, quando ti abbraccio mi sembra di leccare il miele
OLIMPIONE:
Ehi, altolà seduttore, sta’ un po’ lontano dalla mia schiena!
CALINO: Ah, ho capito, è per questo che lo ha
promosso fattore! E lo stesso voleva fare con me tempo fa: gli andai incontro e
lui subito mi voleva promuovere maggiordomo dietro un portone!
OLIMPIONE:
Ma come ti ho servito bene, ma che piacere t’ho fatto!
LISIDAMO:
Lo so lo so; infatti per tutta la vita vorrò bene a te più che a me.
CALINO: Accidenti, credo che oggi mescoleranno i
piedi, quei due; mah, a quanto pare al vecchio vanno a genio gli uomini
barbuti.
LISIDAMO:
Uhh, ohh, non vedo l’ora di baciare Casina stasera; che piacere, che
godimento, di nascosto da mia moglie!
CALINO: Capperi, finalmente ho capito, son
rientrato in carreggiata! E’ lui che si strugge per Casina. Ora li tengo in
pugno!
LISIDAMO:
Non vedo l’ora di abbracciare Casina, di baciarla e ribaciarla.
OLIMPIONE:
E lascia prima che sia sposata. Che cavolo di fretta hai?
LISIDAMO:
Ma io l’amo!
OLIMPIONE:
Va bene, ma io non penso che si possa fare tutto oggi.
LISIDAMO:
E invece si può, se vuoi essere liberato domattina.
CALINO: Devo aguzzare i timpani il più possibile,
così piglierò due piccioni con una fava
LISIDAMO: Il nido d’amore è già pronto, qui, in
casa di un mio amico(indica la casa di
fronte)Io gli ho confidato tutta la mia passione e lui mi ha promesso che
mi avrebbe riservato un posticino...
OLIMPIONE:
E sua moglie dove sarà?
LISIDAMO:
Ho avuto una bella trovata: mia moglie la chiamerà perché stia con lei durante
lo sposalizio, per aiutarla, per tenerle compagnia anche la notte. Ho detto a
mia moglie di chiamarla e lei ha detto che lo farà. Lei dormirà qui, in casa
mia e farò in modo che anche il marito sia fuori di casa. Tu condurrai la
sposina in campagna….ma la campagna sarà questa (indicando la casa di Alcesimo) fino a quando io non avrò fatto
l’amore con Casina. E domani prima dell’alba te la porterai in
campagna. Non ti sembra una un’idea
geniale?
OLIMPIONE:
Sì, perfetta.
CALINO: Su bravi, fate pure in questo modo,
macchinate pure le vostre mascalzonate, ma la vostra furberia sarà la vostra disgrazia.
LISIDAMO:
Sai che cosa farai ora?
OLIMPIONE:
Parla.
LISIDAMO: Tieni il borsellino, va’ a fare la
spesa, sbrigati. Attento, però: voglio che tu faccia una spesa molto
abbondante, e che tu compri cibi fini e delicati, proprio come è delicatuccia
lei.
OLIMPIONE:
Va bene.
LISIDAMO:
E allora compra seppioline, calamaretti, vongoline, moscardini, patelline...
CALINO:
E a te la patellona di rame sulla testa...vecchio rimbambito!
LISIDAMO:
Spigole, dentici....
CALINO: Sì, un bello spigolone dove sbatter la
faccia e romperti i...dentici, vecchiaccio schifoso!
OLIMPIONE:
Vuoi anche delle linguette?
LISIDAMO: A che cosa
mi servono quando ho la moglie a casa? Altro che linguette! Ho già una linguacciona che non si cheta
mai!
OLIMPIONE: Va bene, quando sarò lì potrò
scegliere tra tutte le varietà di pesce. Penserò
lì a che cosa comprare.
LISIDAMO: Hai ragione, va’ pure, mi raccomando,
però: non devi badare a spese, anzi devi fare una spesa bella abbondante. Io
ora bisogna che vada dal mio vicino perchè si occupi davvero di fare quello che
gli ho chiesto.
OLIMPIONE:
Allora vado?
LISIDAMO:
Sì, va’ pure, vai
(se ne vanno tutti e due)
CALINO: (solo)
Neanche se mi offrissero la libertà e me la moltiplicassero per tre, rinuncerei
a spifferare tutto ciò che ho sentito alla padrona e a preparare un bello
scherzetto a quei due. Li ho colti sul fatto, li tengo in pugno. E se la mia
padrona vuole fare le cose per bene, abbiamo già vinto. Li fregherò quei due!
Il giorno procede sotto i migliori auspici: infatti da vinti che eravamo, ora
siamo vincitori. Ora vado in casa per condire a modo mio il piatto preparato
da un altro cuoco, in modo che quello che è stato preparato non sia più
preparato e che invece sia preparato quello che non è stato preparato!
LISIDAMO,
ALCESIMO
LISIDAMO:
Si vedrà con questa prova se tu sei un amico o un nemico, sarà questa la prova
probante e la dimostrazione dimostrante. E se mi vuoi far la predica perché
sono innamorato, guarda di non rompere. So benissimo cosa mi vuoi dire: “alla
tua età... con i capelli bianchi...” non rompere, va bene?
“un uomo sposato..” con questa
poi, non rom-pe-re!
ALCESIMO: Mah, sei
proprio disperato, non ho mai visto nessuno ridotto come te per amore.
LISIDAMO:
Tu fa’ in modo che la casa sia vuota.
LISIDAMO: Hai
fatto un lavoro coi fiocchi! Ma fa’ in modo che non vengano a mangiarmi il pane
a ufo!! Asino che ha fame mangia d’ogni strame.
ALCESIMO: Non ti
agitare, me lo ricorderò.
LISIDAMO: Sei stato proprio ingegnoso, bravo!
Datti da fare, ora, io vado in
tribunale, ma sarò qui presto.
ALCESIMO:
Fa’ una buona passeggiata.
LISIDAMO:
Ricordati eh? fa’ conto di aver fatto un voto!
ALCESIMO: Fa’ conto di che ???
LISIDAMO:
Sì, di aver fatto voto di fare il vuoto in casa tua!
ALCESIMO:
Cosa? (dopo un attimo di esitazione)
Ah, ah ah, ho capito: “voto..vuoto”, buona questa! Ti farei a pezzi, spiritosone!
LISIDAMO:
E che amatore sarei se non fossi spiritoso e con la battuta pronta? non farti cercare eh?
ALCESIMO:
No, no, sarò in casa. (Escono)
Scena
II
CLEOSTRATA,
sola
CLEOSTRATA: Perdiana! Ora ho capito perché voleva
a tutti costi che mi precipitassi a invitare a casa nostra questa mia vicina:
voleva la casa libera per portarci Càsina. Sta’ pur certo che non la inviterò.
To’, non l’avranno vinta, non avranno campo libero quei vecchi caproni, quegli
sciagurati.
(Esce di casa Alcesimo) Eccolo
quel poco di buono del mio vicino! E pensare che per tutti è la colonna del
Senato, il grande difensore del popolo, lui che offre la sua casa a mio marito
per queste cose! Quanto vale un uomo così? A pagarlo un pugno di sale, perdio,
sarebbe pagarlo troppo caro!
Scena
III
ALCESIMO,
CLEOSTRATA
ALCESIMO: Ma che cavolo
sta aspettando quella a chiamare mia moglie? E’ un bel po’ che è lì in casa tutta
ben vestita ad aspettare l’invito.
(Esce Cleostrata) Ma eccola, ora la inviterà,
spero. Oh, salve, Cleostrata!
CLEOSTRATA: Salve, caro Alcesimo, dov’è tua moglie?
ALCESIMO: E’ tanto che ti aspetta, sai. Tuo
marito mi ha pregato che la mandassi ad aiutarti. Vuoi che te la chiami?
CLEOSTRATA:
No, lascia stare, non la voglio disturbare se è occupata.
ALCESIMO:
No, macchè, non ha mica niente da fare!
CLEOSTRATA:
No, tornerò dopo, adesso vado, non la voglio disturbare.
ALCESIMO:
Ma da voi non si sta preparando un matrimonio?
CLEOSTRATA:
Sì, sto già preparando e adornando tutto.
ALCESIMO:
E non hai bisogno di qualcuno che ti aiuti?
CLEOSTRATA: Oh, penso di averne già
abbastanza...e a matrimonio finito verrò a trovarla. Ma ora ti saluto e porgi i
miei saluti anche a lei.(Se ne va dietro
l’angolo)
ALCESIMO: E ora che cavolo devo fare? Sono stato
un idiota...ho fatto una cretinata per colpa di quel beccaccio senza denti che
mi ha costretto a fare questo. Sono andato a offrire l’aiuto di mia moglie come
se fosse una sguattera. Disgraziato che non è altro. Mi ha detto che sua moglie
sarebbe venuta a chiamare la mia e lei col cavolo che l’ha fatto! Ma è strano
che la mia vicina non abbia ancora annusato nulla. Ma forse no...sai che
domande mi avrebbe fatto! Mah, ora rientro per
vedere di rimettere insieme i
cocci.
CLEOSTRATA: (nascosta)
E’ fatta! Questo l’ho fregato proprio benino.. Poveri vecchi, ma come si
danno da fare! Ora vorrei proprio che arrivasse quell’incapace, quel rottame
decrepito di mio marito per fregare anche lui, dopo aver sistemato quell’altro.
Non vedo l’ora che tra loro nasca qualche litigio.
Uh, sta proprio arrivando. Che faccia seria! Sembra proprio una persona
perbene, tutto casa e famiglia!
LISIDAMO,
CLEOSTRATA
LISIDAMO:
(a parte)
Che scemo è uno che è innamorato e che va in tribunale proprio in quel
giorno in cui finalmente ha lì pronta quella che ama. Sono stato proprio un
idiota. Ho perso tempo a fare il testimone a un mio parente. Cavolo, son
proprio contento che abbia perso la causa. Gli sta bene, perché è venuto a
chiamarmi proprio oggi. Chi chiama uno ad assisterlo in tribunale si deve prima
informare per benino se quello c’è o non c’è con la testa. E se non c’è ..che
lo rimandi a casa senza testa com’è e si arrangi. Ahi, ahi, povero me, c’è mia
moglie davanti a casa. Se non è sorda ha sentito di sicuro quello che ho detto.
Oh, povero me!
CLEOSTRATA:(a parte) Ti ho sentito sì, per tua
disgrazia!
LISIDAMO:
(a parte) Mi avvicinerò (A Cleostrata) Che fai dolcezza mia?
CLEOSTRATA:(a parte)Hai una bella faccia tosta! (A Lisidamo) ti aspettavo, perché?
LISIDAMO: E’ già tutto
pronto? Hai già condotto da noi la tua vicina per darti una mano?
CLEOSTRATA: Mah, io sono andata a chiamarla, come
tu mi avevi detto, ma questo tuo caro amico chissà perché si deve essere
adirato con sua moglie.. Pensa che quando l’ho chiamata ha detto che non la
poteva più mandare.
LISIDAMO:
Tu hai questo grandissimo difetto: sei poco diplomatica, poco… seducente.
CLEOSTRATA: Essere seducenti con gli estranei,
caro mio, non è compito delle signore, ma delle puttane. Vai un po’ tu a
chiamarla, io vado dentro a vedere cosa c’è da fare.
LISIDAMO:
E allora muoviti, dai.
CLEOSTRATA: Va bene.(A parte) Gli farò venire uno di quegli spaventi! Quell’amatore da
strapazzo oggi stesso sarà il più disgraziato degli uomini! (entra in casa).
ALCESIMO, LISIDAMO
ALCESIMO: Di qui guardo se quel vecchiaccio innamorato
é tornato a casa dal tribunale, lui che ha preso per i fondelli me e mia
moglie, quel vermaccio!
Oh, venivo
giusto da te, perdiana!
LISIDAMO: E perdinci io da te! Che cosa dici buono a nulla? Che cosa ti
ho ordinato? Che cosa ti ho pregato di fare?
ALCESIMO: Che cosa c'é? Che cosa
ho fatto?
LISIDAMO: Come hai vuotato bene
la tua casa! Come hai trasferito bene tua moglie a casa mia! Non ti sembra per colpa tua d’avermi rovinato abbastanza,
me e la mia grande occasione?
ALCESIMO: Ma impiccati! Proprio tu
avevi detto che, SENZA DUBBIO, tua moglie avrebbe chiamato la mia!
LISIDAMO: Ora invece LEI dice di
averla chiamata e che sei stato tu a dire che non l'avresti mandata!
ALCESIMO: Macché! E' stata lei a
dirmi che non aveva bisogno d'aiuto.
LISIDAMO: Macché! E' stata lei a
dirmi di farla venire.
ALCESIMO: Allora non me ne importa
un tubo.
LISIDAMO: Allora tu mi rovini.
ALCESIMO: Allora mi va proprio
bene.
LISIDAMO: Allora aspetterò
ancora.
ALCESIMO: Allora ti auguro...
LISIDAMO: Allora...
ALCESIMO: Che ti prenda un
accidente.
LISIDAMO: E allora te lo farò venire a te l'accidente.
Non sia mai detto che tu dica più "allora" di me.
ALCESIMO: E allora che gli dei ti inceneriscano!
LISIDAMO: E allora la manderai o
no tua moglie?
ALCESIMO: Pòrtatela pure via, ma vai al diavolo con
quella, quell'altra e la tua ganza. Ma ora basta, levati di qui e non ci
pensare più; lo troverò io il modo di mandare mia moglie dalla tua: la farò
passare dal giardino.
LISIDAMO: Ora sì che tu sei un amicone, più di un
fratello.
Quale
uccellaccio del malaugurio mi ha fatto innamorare e cosa ho fatto io, io che
sono così innamorato, per meritarmi tanti bastoni fra le ruote?
Oh!
Per tutti gli dei! Ma cosa succede in casa nostra? senti che baccano!
PARDALISCA, LISIDAMO
PARDALISCA: (uscendo
di casa) Aiuto, sono morta, sono morta del tutto! Il mio cuore è morto per
la paura, tremo in tutto il corpo da capo a piedi. Povera me! Non so a chi
chiedere aiuto e protezione. Che cose strane ho visto là dentro, stranamente
strane e strabilianti. Che audacia mai vista, incredibile, inaudita! (Rivolta all’interno) Stai attenta Cleostrata,
allontanati da lei, ti prego, se non vuoi che ti faccia male, furiosa com’è! Strappatele quella spada, è fuori di sé!
LISIDAMO: (a
parte) Che succede? Perché si è precipitata fuori terrorizzata e tutta tremante?
Pardalisca!
PARDALISCA: Sono morta! Da dove viene la voce che
è giunta alle mie orecchie?
LISIDAMO: Ehi, voltati e guardami!
PARDALISCA: Oh, padrone mio!
LISIDAMO: Che cosa ti succede? Perchè stai tremando tutta?
PARDALISCA: Sono morta!
LISIDAMO: Morta, e perchè?
PARDALISCA:Sono morta, e anche tu sei già morto!
LISIDAMO: Morto, e perchè mai?
PARDALISCA:Guai a te!
LISIDAMO:A te, invece!
PARDALISCA: Reggimi ti prego, non sto in piedi.
LISIDAMO: Qualunque cosa sia, raccontami tutto, svelta!
PARDALISCA: Sostienimi il petto, fammi vento col mantello, per favore!
LISIDAMO: Ho paura che sia nei guai, a meno che non si sia presa una
sbornia.
PARDALISCA: Reggimi per le orecchie, per favore!
LISIDAMO: Ma va’ in malora! Che gli dei inceneriscano te, il tuo petto,
la tua testa e le tue orecchie! Se non mi dici alla svelta di che si tratta,
ti spappolerò il cervello di botto con questo bastone, maledetta vipera, che
finora non hai fatto altro che prendermi per i fondelli!
PARDALISCA:(supplicando in
ginocchio) Padrone mio!
LISIDAMO: E cosa vuole ora la mia cara servetta?
PARDALISCA: Sei troppo violento!
LISIDAMO: Lo dici
troppo presto. Ma qualunque cosa sia, dimmi tutto, e stringi: cos’era tutta
quella confusione là dentro?
PARDALISCA: Te lo dirò, ascolta. Poco fa là in casa la tua serva ha
incominciato a fare cose terribili, contrarie a tutti i principi della buona
educazione!
LISIDAMO: Che cosa?
PARDALISCA: Non riesco a parlare: la paura mi blocca la lingua.
LISIDAMO: Ma insomma, posso sapere una buona volta di che si tratta?
PARDALISCA: Te lo dirò. La tua serva, quella che vuoi far sposare al
fattore, là dentro....
LISIDAMO: Che dentro, che cosa succede?
PARDALISCA:
Quella segue le abitudini delle donne più scellerate, fa minacce terribili al
marito: la vita...
LISIDAMO: E allora?
PARDALISCA: Ah..
LISIDAMO: Che cosa?
PARDALISCA:
...la vita..gli vuol togliere. Lo vuole uccidere! Una spada.....
LISIDAMO: Eh?...
PARDALISCA:Una spada....
LISIDAMO: Cosa? una
spada?
PARDALISCA: Sì la tiene in
pugno.
LISIDAMO: Oh, povero me! E che
cosa se ne fa?
PARDALISCA: Insegue tutti per le stanze della casa e non fa avvicinare
nessuno. Si son tutti nascosti sotto i cassettoni, sotto i letti, e non
fiatano per la paura.
LISIDAMO:
Son bell’e morto e seppellito! O che razza di accidente le è preso così
all’improvviso?
PARDALISCA: E’ pazza..
LISIDAMO:Credo proprio di
essere il più disgraziato degli uomini!
PARDALISCA: E se tu sapessi
che cosa ha detto oggi!
LISIDAMO: Sono proprio
curioso: cosa ha detto?
PARDALISCA: Ascolta. Ha giurato per tutti gli dei dell’Olimpo che
stanotte ammazzerà chi andrà a letto con lei.
LISIDAMO: Vorrebbe uccidere me?
PARDALISCA: Forse la cosa ti riguarda?
LISIDAMO: Ehm...ma..no...
PARDALISCA: Che cosa c’entri
con lei?
LISIDAMO: Ehm..mi sono
sbagliato. Volevo dire: “vorrebbe uccidere il fattore?”
PARDALISCA: Uh, ma come sei
bravo a toglierti dai pasticci!
LISIDAMO: Ma non minaccerà
mica anche me?
PARDALISCA: Con te poi ha il
dente avvelenato, più che con qualunque altro.
LISIDAMO: Perché?
PARDALISCA: Perchè tu vuoi che sposi Olimpione.
Ha detto che non permetterà che la tua vita, quella di suo marito e anche la
sua si prolunghino fino a domani. Sono stata mandata qui proprio per dirti di
stare attento a lei.
LISIDAMO: Povero me, per tutti
gli dei, sono perduto!
PARDALISCA: (a parte)Ti sta proprio bene!
LISIDAMO: (a parte)Non esiste e
non è mai esistito un vecchio
innamorato infelice come me!
PARDALISCA:
(a parte) Mi sto prendendo gioco di
lui. Tutto quello che gli ho racconta-
to, tutte balle, tutto falso. La mia padrona e la vicina hanno
inventato questa storia, e hanno mandato me a rifilargliela e menarlo per il
naso.
LISIDAMO: Ehi, Pardalisca!
PARDALISCA: Che c’è?
LISIDAMO: C’è....
PARDALISCA: Che cosa?
LISIDAMO: C’è una cosa che
vorrei sapere da te.
PARDALISCA: Tu mi fai perdere
tempo.
LISIDAMO: E tu mi fai perder
le staffe. Ma Casina ce l’avrà ancora la spada?
PARDALISCA: Eccome, anzi ne ha
due.
LISIDAMO: Come, due?
PARDALISCA: Dice che con una,
oggi, ucciderà te, con l’altra ucciderà il fattore.
LISIDAMO: Sono il più morto fra tutti gli esseri
viventi! Mi metterò una corazza: credo che sia la cosa migliore. E mia moglie?
Non l’ha affrontata? Non l’ha disarmata?
PARDALISCA: Nessuno ha il
coraggio di avvicinarsi.
LISIDAMO: E perchè non prova a
pregarla, con le buone?
PARDALISCA: Ci sta provando;
ma lei dice che non deporrà le armi per nessuna ragione, finché non sarà sicura che non verrà
data in sposa al fattore.
LISIDAMO: E va bene, e invece lo sposerà lo
stesso, proprio perchè non lo vuole. Perché io non dovrei portare a termine
quello che ho progettato? Perché non dovrebbe sposare me...ehm..volevo dire il
nostro fattore?
PARDALISCA: Mi pare che tu ti
confonda un po’ troppo spesso.
LISIDAMO: E’..è...la paura che mi fa incespicare con le parole. Ma ti
prego di pregare mia moglie che preghi Casina di metter giù la spada e di
lasciarmi rientrare in casa.
PARDALISCA: Glielo dirò.
LISIDAMO: Ma prova anche tu a
pregarla.
PARDALISCA: Si..la pregherò
anch’io.
LISIDAMO: Ma pregala
dolcemente, com’è tua abitudine, con le tue manierine.. E se ci riuscirai ti regale- rò dei sandali nuovi, un anello d’oro e
tante altre belle cosine.
PARDALISCA: Mi metterò
d’impegno.
LISIDAMO: Cerca di riuscirci.
PARDALISCA: Vado subito, se
non mi trattieni ancora.
LISIDAMO: Va’ e prenditi cura
di questa faccenda. (Pardalisca rientra
in casa) Oh..ecco il mio socio che torna finalmente dal
mercato. Ma che processione c’è dietro di lui!
OLIMPIONE, LISIDAMO, CITRIONE (cuoco)
OLIMPIONE: Guarda, ladrone, di riportare queste calamite di cuochi all'ordine.
CITRIONE: E come sarebbero queste calamite?
OLIMPIONE: Arraffano tutto
quello che toccano: e se tu ti provi a strappargli di mano quello che hanno
arraffato ti fanno a pezzi. In qualunque parte arrivano, in qualunque parte si
trovano fregano due volte il padrone.
CITRIONE: Eh! Via!
OLIMPIONE: Oh! Perché non mi vesto con il mio magnifico abito da patrizio
e non vado incontro al mio padrone?
LISIDAMO: Salve, brav'uomo.
OLIMPIONE: Sono bravo, sì, lo confesso.
LISIDAMO Che cosa succede?
OLIMPIONE: Tu
stai crepando d'amore, giusto? Bene, io invece sto crepando di fame e di sete.
LISIDAMO Come ti sei presentato
bello ed elegante.
OLIMPIONE: Oh no, rieccolo con queste moine.
LISIDAMO: Aspetta, come sei
scostante.
OLIMPIONE: Codesti discorsi mi puzzano.
LISIDAMO: Discorsi su che cosa?
OLIMPIONE: Eh..su questa cosa....
LISIDAMO: Ti vuoi fermare?
OLIMPIONE: Tu mi rompi......
LISIDAMO: Non so che cosa ti
farò, se non ti fermi.
OLIMPIONE: Cavolo! Ti potresti
levare dai piedi, sennò oggi mi viene da vomitare?
LISIDAMO: Aspetta!
OLIMPIONE: Che c'é? O questo chi sarebbe? (Fingendo di non riconoscerlo più )
LISIDAMO: Sono io, il padrone.
OLIMPIONE: Quale padrone?
LISIDAMO: Quello che tu devi
servire.
OLIMPIONE: Io servire?
LISIDAMO Sì, proprio il mio
servo.
OLIMPIONE: Ma io non sono libero, ora? Ehi, ricorda, ricordati bene!
LISIDAMO Fermo e aspetta.
OLIMPIONE: Oh, mi lasci andare?
LISIDAMO Sì io, sono il tuo
servo!
OLIMPIONE: Ah ecco! Benissimo!
LISIDAMO Nel nome del cielo,
Olimpioncino mio, mio padre, mio padrone.
OLIMPIONE: Oh, lo hai capito finalmente!
LISIDAMO Sono tutto tuo.
OLIMPIONE: Ma a cosa mi serve un servo così buono a nulla?
LISIDAMO E allora? Tra quanto mi
leverai questa febbre?
OLIMPIONE: Quando almeno sarà pronta la cena.
LISIDAMO: Fai in modo che quelli
entrino. (Indicando i cuochi)
OLIMPIONE: Entrate dentro, svelti e affrettatevi. (Ai cuochi) Io verrò subito dentro: preparate la cena e fate in modo che sia
ricchissima. La voglio delicata e raffinata, ma niente verdure alla romana. E tu sei ancora qui? Vai pure
dentro!
LISIDAMO: No..io... mi trattengo ancora un po’qui.
OLIMPIONE: O che altro c'è che ti trattiene?
LISIDAMO: Ho saputo che Casina è lì dentro con una spada
in mano per ammazzare te e me.
OLIMPIONE: Eh,lo so, ma non
badare a queste sciocchezze: io, le conosco bene quelle...Su via, entra con me
in casa.
LISIDAMO Un cavolo! Vai prima te e guarda che cosa succede dentro.
OLIMPIONE: Oh! La mia pelle preme
a me quanto la tua a te. Vai, vai tranquillo che ti seguo.
LISIDAMO Se tu lo comandi....allora...entriamo insieme va!
FINE DELL’ATTO TERZO
ATTO IV
PARDALISCA, sola
Per i giochi di Olimpia, c’è
gran divertimento,
ma non come per quelli che si
fanno là dentro!
E il giochino più bello è
beffarsi del fattore
e del nostro vecchietto, che
spasima d’amore.
Il padrone in cucina sta
maltrattando i cuochi:
“Ma perché cincischiate, non
accendete i fuochi?
E datevi una smossa, ho voglia
di mangiare,
preparate la cena o vi faccio
frustare!”
Con la corona in testa e tutto
rivestito,
il fattore su e giù passeggia
spazientito.
Ma non sa che le donne su in
camera da letto
lo vogliono punire con un
bello scherzetto
e travestono il servo da
Càsina…barbuta
(la donna con la barba non è
sempre piaciuta?)
Hanno poi fatto in modo che il
vecchio stia a digiuno
ed ai cuochi hanno dato un
comando opportuno:
rovesciare le pentole, gettare
acqua sul fuoco,
nasconder le pietanze, e non
certo per gioco!
Perché son delle fogne, non
pensan che a pappare
e più di un reggimento
potrebbero mangiare.
La porta si sta aprendo, chi è
che viene fuori?
E’ il vecchio! Poveraccio, per
lui saran dolori!
LISIDAMO, PARDALISCA
LISIDAMO: Se
avete buon senso, cenate pure, non
appena sarà pronto; io cenerò in campagna. Desidero accompagnare lo sposino e
la sposina in campagna: le conosco le cattive intenzioni degli uomini e non
voglio che la ragazza venga rapita. Statemi bene eh! Mi raccomando, mandatemeli presto quei due, dato che voglio
arrivare là di giorno. Domani sarò di
ritorno; domani, moglie mia, potrò pranzare anch’io con comodo.
PARDALISCA:(a parte) Che v'avevo detto? Le donne cacciano fuori il vecchio senza cena.
LISIDAMO: Che fai qui?
PARDALISCA: Vado dove la
padrona m'ha mandato.
LISIDAMO: Davvero?
PARDALISCA: Sul serio.
LISIDAMO: Cosa stai sbirciando
qui?
PARDALISCA: Ma che dici? Niente!
LISIDAMO: Ora levati di torno!
Tu perdi tempo qui mentre gli altri
dentro di danno da fare.
PARDALISCA: Vado
LISIDAMO: Ma levati di qui
razza di scellerata! (P. rientra in casa)
(a parte)Finalmente se n'è andata; adesso posso parlare. Chi
ama- perbacco- anche quando ha fame non ha mai fame. Ma eccolo con la fiaccola
e la corona il mio compare, socio, con-marito, il mio fattore.
OLIMPIONE, LISIDAMO,
<FLAUTISTA>
OLIMPIONE: Suvvia, flautista, mentre conducono fuori
la novella sposa, fa’ risuonare per
tutta la piazza un soave canto nuziale per me.
FLAUTISTA: "Imene
Imeneo,o Imene!"
LISIDAMO: Come stai, mio salvatore?
OLIMPIONE: Ho fame, cavolaccio! - così tanta da star
male.
LISIDAMO: Ed io sono innamorato.
OLIMPIONE:
E a me perdio se tu ti nutri d'amore non me ne frega nulla. Il mio
intestino borbotta già da un pezzo.
LISIDAMO: Ma che fanno quelle tartarughe? Sembra quasi fatto apposta: più
io voglio far presto, meno le cose vanno avanti.
OLIMPIONE: E se intonassimo
ancora una volta l'Imeneo? Credi che si
spiccerebbero di più?
LISIDAMO: Penso di sì. Canterò anch'io dato che queste
nozze riguardano anche me.
LISIDAMO e OLIMPIONE: "Imene Imeneo,o Imene!"
LISIDAMO: Accidentaccio, povero me, sono sfinito!
Mi posso anche sfiancare a cantar l’imeneo, ma io non vedo l’ora di sfiancarmi
per un altro strapazzo, e invece non c’è verso d’averlo!
OLIMPIONE: Perdiana! Se tu fossi un cavallo saresti
indomabile!
LISIDAMO: In che senso?
OLIMPIONE: Sei troppo focoso.
LISIDAMO: M'hai forse messo alla prova qualche volta?
OLIMPIONE: Che gli dei me ne
liberino! Ma la porta ha scricchiolato; stanno uscendo.
LISIDAMO: Perbacco! Gli dèi mi vogliono salvo!
PARDALISCA, CALINO,
CLEOSTRATA, OLIMPIONE, LISIDAMO
CALINO (travestito da sposa): (a
parte) Ucci ucci, sento odor di…Casinucci
tre:
urla sempre più di lui, cerca di comandarlo;
quattro: fatti vestire bene, tu vedi di spogliarlo;
cinque: sii sempre la più furba,
non smetter di fregarlo;
sei : cerca di morir vedova, tu devi sotterrarlo.
OLIMPIONE:
E invece, se dovesse sbagliare anche di un tantino così, la pagherà cara,
perdio!
LISIDAMO:
Ma stai zitto!! Non si interrompe la cerimonia!
OLIMPIONE:
Non ci penso nemmeno a star zitto!
LISIDAMO:
Ma che succede?
OLIMPIONE:
Guarda, quella stronza, insegna stronzate a quell'altra stronza.
LISIDAMO:
Allora, butterai all'aria tutti i miei piani? E’ proprio questo che vogliono,
che cercano, di mandare a monte tutto!
PARDALISCA:
Ecco, Olimpione, poichè vuoi prendere moglie, ricevi questa dalle nostre mani.
OLIMPIONE:
E dunque datemela, se è vostra intenzione oggi di darmela in moglie.
PARDALISCA:
Ti prego, Olimpione, trattala bene questa ragazza che è ancora vergine e
inesperta.
LISIDAMO:
E così sarà fatto.. Ehm. E ora cosa state aspettando, andate, andate.
CLEOSTRATA:
Salute a voi. (rientra in casa insieme a
Pardalisca)
LISIDAMO:
Pss.. Olimpione, mia moglie s’è tolta dai piedi?
OLIMPIONE:
Sta’ tranquillo è in casa.
LISIDAMO:
SSììì!!! Oh per tutti gli dei, sono libero.... (avvicinandosi alla sposa) Finalmente mio tesorino, mio pasticcino,
mio fiorellino di primavera!
OLIMPIONE:
OHU!! Ascolta! Se non sei scemo ti risparmierai una sciagura. Questa è mia!!
LISIDAMO:
Ma il primo morso spetta a me.
OLIMPIONE:
Tieni questa torcia.
LISIDAMO:
No, io mi terrò questa (abbracciando la
sposa). Oh Venere onnipotente, che grazia che mi hai fatto
dandomi la possibilità di avere questa! Oh ma com’è teneruccio questo
corpicino!
OLIMPIONE:(si avvicina) Oh mogliettina
mia...ohi, che è questo?
LISIDAMO:
Che é?
OLIMPIONE:
Mi ha pestato..un pestone da elefante!.
LISIDAMO:
Zitto! Una nuvola non è tenera come è tenero
il suo petto..
OLIMPIONE:
Accidenti, che poppina delicata! Ahi ahi! Porco boia, povero me!
LISIDAMO:
Che c'è?
OLIMPIONE:
Mi ha dato una gomitata nello stomaco! La cornata di un ariete!
LISIDAMO:
Ma perchè, scusa, la tocchi con mano così pesante? A me invece che la
tocco con garbo, risponde con garbo.
Ahi, ahiooo!
OLIMPIONE:
E ora che cavolo c’è?
LISIDAMO:
(boccheggiando) Porca miseria,
forzutella la fanciulla! Mi ha quasi messo al tappeto con una gomitata.
OLIMPIONE:
Allora è segno che vuole …andare al tappeto anche lei..
LISIDAMO: E che cosa stiamo
aspettando?
OLIMPIONE: Su, va’ avanti, con
le tua belle grazie, belloccia mia.
FINE
DELL’ATTO QUARTO
ATTO
V
MIRRINA,
CLEOSTRATA, PARDALISCA
MIRRINA:
Ah...ci siamo trattate proprio bene, perché ora non andiamo a vedere i
giochetti dei due sposini? Ah Ah Ah, accidenti! Non riderò mai più come oggi!
PARDALISCA:
Mi piacerebbe proprio sapere che cosa sta facendo quella tenera sposina di
Calino con il suo nuovo maritino!
MIRRINA:
Nessun poeta è mai riuscito a immaginare uno scherzo costruito alla perfezione
come quello che abbiamo fatto noi!
CLEOSTRATA:
Vorrei che venisse fuori con una faccia gonfia così dalle botte, quello
schifoso vecchiaccio! A meno che, chi gli ha prestato la casa non sia più
schifoso di lui. Ora, Pardalisca, voglio che tu stia qui di vedetta e il primo
che esce di lì sbertuccialo ben bene,
fagli pelo e contropelo.
PARDALISCA:
Non vedo l’ora: lo farò proprio volentieri come al solito.
CLEOSTRATA:
Da questa posizione tu puoi vedere bene tutto quello che fanno là dentro.
MIRRINA:
E poi ci potremo sfogare liberamente di tutto quello che abbiamo in corpo.
PARDALISCA:
Stt. si sentono dei rumori dietro alla porta di casa tua. (si ritirano tutte in disparte)
OLIMPIONE,
CLEOSTRATA, MIRRINA, PARDALISCA
OLIMPIONE: Dio mio, dove andrò a battere la
testa! Non so neppure da che parte potrò sotterrarmi per non far sapere a
nessuno questa carognata. Che gran figura da polli s'è fatto tutti e due, io e
quella rapa del mio padrone con il nostro sposalizio. Mi vergogno tanto da
scavarmi una fossa perché per questa boiata ci copriranno di sputi. Son ridotto da far pietà, mi faccio schifo, che vergogna, proprio io
che finora non mi sono mai vergognato di nulla! Il peggio a questo punto è
fatto, posso anche raccontarvi tutto, ascoltatemi, e divertitevi pure: è veramente roba da pazzi il casino che ho
combinato là dentro!
Ho portato subito la sposina
dentro, l'ho fatta venire in camera ma c'era buio come in fondo a un
pozzo. Il vecchio ancora non c'è e le dico di sdraiarsi sul letto, la sistemo a
dovere, le faccio un sacco di moine per prendere il vecchiaccio sull’anticipo.
Faccio piano pianino per non fare insospettire nessuno e così come antipasto le
chiedo un bacio. Mi respinge la mano e del bacio non ne vuole proprio
sapere. Più che mi avvicino più mi
cresce la voglia di soffiare quel lavoro al vecchio. Sprango anche la porta
con il catenaccio perchè il vecchio bavoso non venga a rompere sul più bello.
CLEOSTRATA:
[a Pardalisca] su su vai, vagli
incontro!
PARDALISCA:
[a Olimpione] E allora, dicci un po’
per favore, dove l'hai cacciata la nuova sposina?
OLIMPIONE:(a parte) Ohi,ohi! ora son proprio nella
merda! ormai lo sanno anche i muri!
PARDALISCA: Forza, sarà meglio che tu ci racconti
tutto perbenino, in ordine! Che succede là dentro? E la sposina che fa? si
comporta bene? Non ti avrà mica già
fatto le corna?
OLIMPIONE:
Oh,no, mi vergogno troppo!
PARDALISCA:
Cerca di sforzarti, guarda di ricordarti tutto in ordine. Tu avevi
incominciato proprio bene!
OLIMPIONE:
T' ho detto che mi vergogno, cavolo!
PARDALISCA: Coraggio, cosa è successo dopo che
sei andato a letto? O ricomincia un po’ da lì!
OLIMPIONE:
Ma l’è una cosa troppo indecente!
PARDALISCA:
Benissimo, così quelli che ti ascoltano non si azzarderanno a fare come
te! !
OLIMPIONE:
Ma guarda che è un affare grosso !!!
PARDALISCA:
Va’ avanti, su, continua, cosa aspetti?
OLIMPIONE: Ma.......
PARDALISCA:
Cosa?
OLIMPIONE: Beh.....
PARDALISCA: Che c' è ?
OLIMPIONE: Boia dell'
orso! Ho sentito....
PARDALISCA:
Che cosa?
OLIMPIONE: Oh, erat maxumum!
PARDALISCA: (al
pubblico) Maxumum? Ma che lingua è? Boh, sarà un... arcaismo!
OLIMPIONE: Ma che arcaismo! Era un affare
esagerato! Lì per lì ho avuto paura che avesse la
spada e a tastoni ho cominciato a cercarla. Poi ...son riuscito ad agguantare
il manico. Ma a pensarci bene non era
mica una spada: le spade son fredde!
PARDALISCA:
Su su continua !
OLIMPIONE: Ma se mi faccio pena !
PARDALISCA:
Non sarà stato per caso un ... raperonzolo?
OLIMPIONE: Eh, no...altroché...
PARDALISCA:
E allora un cetriolo?
OLIMPIONE:
Macchè......
PARDALISCA:
Per la miseria, non sarà mica stato un cocomero!
OLIMPIONE:
Nooo...Di sicuro non era un ortaggio ma in ogni caso non aveva patito né la
brina né la grandine, perché era venuto su bene!
PARDALISCA: E dopo, cosa è successo dopo, càntacela
tutta!
OLIMPIONE: A questo punto le dico: <
Casinuccia, mogliettina mia, perché rifiuti il tuo bel maritino? Perché mi
tratti male senza che io ne abbia colpa quando invece io muoio dal
desiderio?> Allora lei si copre del tutto, trovo il passo sbarrato. Io provo
ad aggirare l’ostacolo, punto sui gomiti, e lei zitta. Alla fine mi sollevo per buttarmi su di lei.
MIRRINA: Oh, senti come la racconta bene!
OLIMPIONE: Provo a
baciarla ma mi sento bucare le labbra da
una barbaccia dura come i chiodi.. Allora mi alzo in ginocchio per
l’assalto finale ma mi sento arrivare una coppiola di calci sullo stomaco, fo
un ruzzolone giù dal letto, ma lei mi salta addosso e mi molla una scarica di
cazzotti sui denti e sulla faccia. Un male..! Ma esco zitto zitto, anche conciato
come tu mi vedi, perché anche il vecchiaccio beva allo stesso calice dove ho
bevuto io.
PARDALISCA:
Oh..benone! Ma dov' è il tuo mantello?
OLIMPIONE:
L' ho lasciato là dentro.
PARDALISCA:
E ora cosa dici? Ti sei divertito a rimediarle?
OLIMPIONE:
Me le sono meritate. Ma sento dei rumori, la porta cigola. Non sarà mica lei
che mi dà dietro?
LISIDAMO
LISIDAMO:
[uscendo dalla casa di Alcesimo] Son rosso di vergogna da capo a piedi. Che
cosa scandalosa che ho combinato. Non ho la minima idea di cosa farò ora. Come
farò a guardare mia moglie negli occhi? Ormai sono un uomo finito. Tutte le mie
porcherie ormai le sanno tutti. Che gran vergogna! Ormai sono in trappola. In
qualunque maniera sono un uomo morto. Anche il mantello ho perso, e il bastone!
Maledetto questo sposalizio clandestino, che schifezza! In ogni modo, non mi resta che tornare da
mia moglie. Mi prenderò le mie belle
bastonate e zitto! La mia schiena già soffre.
(rivolto al pubblico) Non c'è nessuno
per caso che voglia prendere il mio posto? Cosa farò ora ? L' unica cosa
sarebbe quella di fuggire da casa come uno schiavo ladro, le mie spalle e la
mia schiena non avranno scampo se
tornerò. Qui c’è poco da scherzare, ma non mi va mica tanto di diventare rosso
per le mazzate, anche se il castigo è meritato. E allora l' unica cosa da fare
è filarsela per di qua alla svelta.
Scena IV
CALINO, LISIDAMO, CLEOSTRATA, MIRRINA, OLIMPIONE
<PARDALISCA>
CALINO: Ehi, grande amatore,
fermati un momento.
LISIDAMO: Accidenti, sono fregato, mi sento chiamare.
Ma io faccio finta di non sentire e penso a squagliarmela.
CALINO: Ehi, tu che hai delle tendenze un
tantino…invertite, dove sei? Se tu mi vuoi palpeggiare un po' questa è proprio l'occasione buona. Torna in camera,
se ti va. Sei finito! su, che aspetti,
avvicinati un po'. Ora, senza andare in
tribunale, guarda che bel giudice
imparziale scelgo io! (agitando il bastone)
LISIDAMO: Sono fregato!
Ora quello mi spelacchia le reni con quel randello. E' meglio che scappi di
qua perché da quella parte c'è aria di nubifragio, anzi di lombifragio!
CLEOSTRATA: Salute a te grande amatore.
LISIDAMO: Accidenti c'è anche
la moglie. Ora mi trovo veramente tra l' incudine e il martello e non so da che
parte andare. Non c'è via di scampo: da una parte i lupi, dall'altra i cani. Il lupo promette bastonate.
Il cane quando abbaia, non dovrebbe mordere, a sentire il proverbio. Speriamo!
E va bene! Affronterò il cane, mi sembra meno feroce del lupo.
MIRRINA: Che cosa stai facendo bigamo da strapazzo?
CLEOSTRATA: Da dove vieni marito mio conciato così? Il bastone e il mantello dove li hai
lasciati?
MIRRINA: Io dico che li ha persi nell'adulterio, mentre si dava da fare nel letto di Casina.
LISIDAMO: (a parte)Sono
veramente un uomo morto.
CALINO: Dai perché non si torna a letto? Sono Casina mi riconosci ?
LISIDAMO: Ma va' all'inferno!
CALINO: Non mi desideri più? Non
vuoi più stare con me?
CLEOSTRATA: Insomma, rispondimi. Dimmi che cosa hai fatto del mantello.
LISIDAMO: Per la miseria, le Baccanti...ecco chi è stato.
CLEOSTRATA: Le
Baccanti?
LISIDAMO: Sì.. cara moglie
mia...L'ho perso durante la festa di Bacco.
MIRRINA: Il furbino ci vuol prendere in giro. La
festa di Bacco, perbacco, lo sanno tutti, non si celebra più. E quindi anche le
Baccanti non hanno più nulla da festeggiare.
LISIDAMO: L'avevo dimenticato, ma la festa ...
CLEOSTRATA: Insisti? ma quale festa!
LISIDAMO: Se proprio non può essere
stato alla festa ...
CLEOSTRATA: Ti ho preso in castagna, vero? t'è venuta la tremarella.
LISIDAMO: A me? no no, sembrerà a te!
CLEOSTRATA: E infatti tu sei diventato bianco come un cencio per la
vergogna!
LISIDAMO: Ma perchè dovrei dirti bugie?
CLEOSTRATA: Hai anche la faccia tosta di chiederlo?
OLIMPIONE: E poi tu hai sputtanato anche me con questa
schifezza che tu hai combinato.
LISIDAMO: Hai ancora il coraggio di parlare?
OLIMPIONE: Eh, certo che
parlo! Sei stato proprio tu a pregarmi
e ripregarmi di sposare Casina, per poi
andarci a letto prima di me.
LISIDAMO: Io avrei fatto questo?
OLIMPIONE: No, macchè, l'ha fatto
Ettore di Troia.
LISIDAMO: Oh, se avesse potuto
scannare anche te! E secondo voi io avrei fatto tutto quello che voi state dicendo?
CLEOSTRATA: E me lo domandi anche ?
LISIDAMO: Mah, se davvero ho fatto questo ho agito
veramente male.
CLEOSTRATA: Vieni qua,
in casa, così ti rinfrescherò la
memoria.
LISIDAMO: Accidenti!
Non avrete mica ragione voi? Ma, su moglie mia, concedimi il tuo perdono. O Mirrina prega anche tu Cleostrata. Se
da questo momento in poi ci provassi soltanto a girare intorno a Casina, o se anche
incominciassi a dare l’impressione di pensarci appena; insomma se d'ora in poi
farò qualcosa del genere, allora, moglie, avrai tutte le ragioni per appendermi
al soffitto e frustarmi con le verghe.
MIRRINA: Per tutti gli dei ora potresti anche perdonarlo, Cleostrata.
CLEOSTRATA: Farò come tu vuoi.
Solo per questo farò meno resistenza a
perdonarti: solo per non far diventare troppo lunga questa commedia, che
incomincia a essere già lunga di suo.
LISIDAMO: Non sei più
arrabbiata, vero?
CLEOSTRATA: No, non lo sono.
LISIDAMO: Mi dai la tua
parola?
CLEOSTRATA: Parola mia.
LISIDAMO: Non c' è moglie più
buona di te.
CLEOSTRATA: (a Calino) Ora però restituisci il mantello(indica Lisidamo)e il bastone
(indica se stessa).
CALINO: Prendili pure se può
farti piacere (dà il mantello a Lisidamo
e il bastone a Cleostrata, che lo impugna in modo molto minaccioso).
Ma io mi sento
molto…offesa: oggi ne ho sposati due e nessuno di loro è stato capace di
trattarmi come una vera moglie!
--------
FINE