pallottoline!
brevi cenni sull’Universo da: LEOPARDI, PIRANDELLO, BRADBURY
| Personaggi e interpreti:
|
|
| TERRA | Caterina Seneci |
| LUNA | Roberta Paladini |
| ERCOLE | Francesco Gurioli |
| ATLANTE | Matteo Salsedo |
| SOLE | Daniel Strasserra |
| ORA PRIMA | Elisa Galanti |
| ORA ULTIMA | Francesca Lastrucci |
|
COPERNICO |
Leonardo Bonanni |
| MARAVENTANO | Mattia Guidi |
| GUENDALINA | Angela Milani |
| DIDINA | Valentina Tendi |
| UN MILITARE | Christian Balsamo |
| PRITCHARD | Mattia Sarti |
| EMILY | Silvia Notaro |
| UOMO in UNIFORME | Alessandro Grossi |
Rielaborazione dei testi (sceneggiatura e adattamento
teatrale) a cura di:
Silvia Notaro
(coordinatrice) Nicoletta
Bertelli Leonardo Bonanni Martina Margheri Angela Milani Lucia
Modi Roberta Paladini Angela Righi Gloria Sabatini
Valentina Tendi Marco Veri
Scenografia: Camilla Cammelli Alessandra
Nuti Flavia Petruzzi Eleonora Viviani
Musiche: Alessandro Ratoci
6 Dicembre 1999
FONTI LETTERARIE:
GIACOMO LEOPARDI,
Operette morali: Dialogo di Ercole e di Atlante (adattamento teatrale)
GIACOMO
LEOPARDI: Operette Morali: Il
Copernico. Dialogo (adattamento teatrale)
LUIGI
PIRANDELLO: Novelle per un anno: Pallottoline
(sceneggiatura integrale)
RAY
BRADBURY: Cronache Marziane: Il contribuente (sceneggiatura e libera rielaborazione)
Il Dialogo della Terra e della Luna che fa da
cornice al lavoro teatrale è tratto dalle Operette
morali di Leopardi, ma è stato talmente rielaborato e adattato ai nostri
tempi, che di leopardiano c’è rimasto ben poco (speriamo almeno lo spirito).
MARAVENTANO: Ma
veniamo ai nostri grandi pianeti! Alla distanza che vi ho detto non ne vedremmo
nessuno, eccetto Giove, forse…ma non lo si vedrebbe certo a occhio nudo. Quanto
alla Terra non se ne sospetterebbe neanche
l’esistenza. Pallottoline, care mie, pal-lot-to-li-ne! E volete far sparire
anche il Sole? Basta..oplà!..
retrospingerlo alla distanza delle stelle di prima grandezza. C’è? Non c’è?
Uhm…..sparito!
Così dice il
personaggio principale della novella pirandelliana che dà il titolo all’intero
lavoro teatrale. Le “pallottoline” sono i pianeti del sistema solare, e il sole
stesso: talmente piccoli da diventare
pressoché invisibili in rapporto alle distanze siderali……
Il lavoro parla proprio di questo: del rapporto fra l’uomo e il cosmo.
La Terra e la Luna conversano tra loro e raccontano la storia di questo difficile e tormentato rapporto, dalla mitologia alla fantascienza:
Il primo atto è una specie di “scherzo mitologico”: un ritorno a quando Atlante reggeva sulle sue spalle la Terra. Ora però la Terra si è un po’ sciupata: ha perso la sua bella forma sferica ed è diventata molto più leggera…..tanto leggera che Atlante ed Ercole possono tranquillamente giocarci a palla.
Il secondo atto è
quello della verità scientifica, cioè
della rivoluzione copernicana: il Sole si è stancato di girare intorno alla
Terra e decide di fermarsi:“E poi, se proprio devo essere la stufa o il
focolare di questa famiglia umana, mi sembra più logico che sia la famiglia a
venire intorno al focolare e non che il focolare vada a girare intorno alla
casa!” Ma come convincere gli
uomini di questa dolorosa verità? Cioè che ormai non sono più al centro
dell’universo, anzi, che l’universo non ha più nessun centro..? Semplice: basta chiamare un filosofo come
Copernico: ci penserà lui a persuaderli!
Il terzo atto si
potrebbe definire quello della alienazione
nel cosmo: la terra, gli uomini, sono granelli di sabbia in confronto
all’universo, è vero, ma questo è un motivo per disprezzarli? Secondo il Maraventano
sì: lui, tutto perso nelle sue
esplorazioni astronomiche, gli uomini
non li vede quasi più, anzi non vede più neppure la moglie e la figlia, e
misura tutto sulla base delle distanze astrali……..
Il quarto atto è quello
dell’esplorazione del cosmo: l’uomo,
pur consapevole della sua piccolezza, non rinuncia ad esplorare l’universo,
anzi vuole conquistarlo.
La Terra ormai presenta troppi problemi, troppi pericoli: perché allora non fuggire su Marte per riprovare lassù a costruire un mondo più giusto?
Prologo TERRA –LUNA
TERRA: Ehi, Luna,
io so che tu puoi parlare e rispondere; a quanto hanno detto i poeti, tu sei una persona, e anche i bambini
di qui dicono che tu hai bocca, naso e occhi.
LUNA: Oh, non
dubitare di codesto, se ti pare di parlarmi a tuo piacere, parlami pure. E benché, come tutti sanno, io sia
amica del silenzio, t’ascolterò e ti risponderò volentieri.
TERRA: Sai, io fino ad ora non ti ho mai parlato perché
le faccende mi hanno tenuta occupata
in modo che non mi avanzava molto tempo per chiacchierare. Ma oggi che le mie faccende si sono molto
ridotte non so cosa fare e scoppio di noia e quindi
ho deciso che ti parlerò spesso da qui in avanti, se non ti reca fastidio.
LUNA: No, non ti
preoccupare, non mi darai fastidio.
TERRA: Certi filosofi
dicono che gli astri nel loro moto producono un suono piacevo- lissimo. Tu lo senti?
LUNA: Ma a dirti il vero, io non sento nulla.
TERRA: Neppure io sento nulla, fuorché il ronzio di tutti questi satelliti.
LUNA: Come, satelliti? Pensavo di essere l’unico!
TERRA: Non ti preoccupare, dopo ti spiegherò.. Lo sai che
sul tuo conto se ne dicono tante
quaggiù? E io sono piena di curiosità di sapere cosa mi rispondi: perché sei molestata dai cani che ti abbaiano
contro? è vero che le tue donne sono ovipare? e che un uovo delle loro cadde quaggiù non so quando? è vero
che sei tutta trafo- rata? che sei fatta
come dicono alcuni inglesi di cacio fresco? che Maometto un giorno, o una notte che fosse, ti
spartì per mezzo come un cocomero?….
LUNA: Va’ pure avanti, Terra, continua pure, io non ho
motivo di risponderti: bambini, cani,
donne, Maometto…non so di che cosa stai parlando. Io non so nulla di cose simili. E se vuoi continuare con queste
ciance, sarà meglio che tu ti faccia fabbri- care
un altro pianeta fatto uguale a te, su misura per le tue chiacchiere. E poi, se
lo vuoi proprio sapere, anche su
di te girano delle voci. Sai, nello spazio le voci cor- rono…Per esempio ho sentito dire che quando eri giovane
stavi sulle spalle di un coso…di
un … come dicono? di un gigante…..
TERRA: E’ vero..ma è una storia
ormai finita. Bei tempi quelli! Io ero una
regina ed ero sostenuta da un bel fusto che si
chiamava Atlante. Ci penso sempre, e a volte me
lo sogno…ma ora non so se gli piacerei più. Sai, da allora mi sono
un po’ …sformata, e non ho più
quella bella forza che avevo a quei tempi eroici…
“Dialogo d’Ercole e di Atlante” da Operette morali di G. Leopardi. Adattamento teatrale
ERCOLE: Padre Atlante,
mi manda Giove: vuole che ti saluti da parte sua, e nel caso tu
fossi stracco di codesto peso, potrei
portarlo io per qualche ora, come feci così tanti
secoli fa che non mi ricordo quanti, così potrai riposarti un po’ e prendere fiato.
ATLANTE: Ti ringrazio caro
Ercolino, ma mi sento anche obbligato alla maestà di Gio- ve. Ma non preoccuparti: il mondo si è
fatto così leggero e vuoto, che mi pesa di più
questo mantello che porto per ripararmi dalla neve. E se non fosse che Gio- ve mi obbliga a stare fermo qui a
tenere questa pallottola sulla schiena, io me la metterei sotto l’ascella, o addirittura me l’attaccherei
ciondoloni ad un pelo della
barba e me ne andrei per le mie faccende.
ERCOLE: Come può essere che sia
diventata così leggera? Mi accorgo bene che è cam- biata, che non è più tonda come quando ai miei tempi studiavo
geografia, sembra una
pagnotta, ma nonostante questo non
capisco come possa pesare meno di prima.
ATLANTE: Il perché non lo so,
ma che sia così leggera lo puoi verificare tu stesso; ba- sta solo che tu la tenga un momento
sulla mano e sentirai quanto pesa.
ERCOLE: Per Ercole! Se non
avessi provato io stesso, non ci avrei mai potuto credere! Ma che cos’è quest’altra novità che scopro?
L’ultima volta che la tenni, mi batteva
forte
sul dorso come fa il cuore di una
bestia bum…bum…bum… e faceva un forte
ed incessante rumore che pareva un vespaio:
zzz…zzz….zzz.. [Accostando l’orecchio]Ma adesso per quanto riguarda il battere sembra
più un orologio che ab- bia la
molla rotta, e per quanto riguarda il ronzare,
neanche una mosca.
ATLANTE: Anche di questo non ti
so dir nulla se non che è già da tempo che il mondo ha smesso di fare
ogni rumore. Ed io ho avuto il sospetto che fosse morto, e mi aspettavo che da un giorno all’altro mi
infestasse col puzzo: e pensavo già a dove e
come lo potessi seppellire e a quale epitaffio gli potessi mettere sulla tomba.
Poi, vedendo che non marciva,
cominciai a pensare che da animale com’era prima, si fosse trasformato in pianta e che fosse per questo che non
si muoveva e non faceva rumore: ancora
adesso ho paura che da un momento all’altro mi getti le ra- dici sulle spalle e vi si abbarbichi.
ERCOLE: Io credo invece che
dorma, e per fare in modo che non dorma in eterno e che qualche amico o benefattore, pensando che sia
morto, non gli dia fuoco, voglio trovare il modo di risvegliarlo.
ATLANTE: Bene, ma in
che modo?
ERCOLE: Io gli darei una bella
botta con questa clava e credo proprio
che lo schiacce- rei e lo ridurrei
a una pizza, tanto da farlo scricchiolare sotto il colpo come un uovo. E
chissà se gli uomini , che un tempo combattevano corpo a corpo coi leo ni e adesso con le pulci, non tramortiranno
dalla percossa tutti in una volta. Ma la miglior
cosa è che io posi la clava e tu il pastrano e che ci mettiamo a giocare con la
palla. Mi dispiace di non aver portato i bracciali o le racchette che
utilizziamo io e Mercurio per giocare
in casa di Giove o nell’orto: ma basteranno i pugni.
ATLANTE: Ma certo! Fino a che
tuo padre, vedendoci giocare e venendogli voglia di partecipare, con la
folgore ci faccia precipitare tutti e due non so dove, come fece con Fetonte nel Po.
ERCOLE: Vero, ma se io fossi
figlio di Apollo com’era Fetonte e non invece figlio le gittimo. Sta’ sicuro
che se anche mi venisse voglia di sconficcare cinque o sei stelle per giocare a nocino o di
prendere una cometa per la coda e farmene una fionda,
o addirittura di servirmi del sole per fare il lancio del disco, mio padre fa- rebbe finta di non vedere. E poi la nostra intenzione con questo gioco è quella
di far del bene al mondo; insomma non ti preoccupare della
collera di mio padre e sta' sicuro
che se anche questo avvenisse, io sarò pronto a riparare ad ogni danno. E ora togliti il cappotto e
lancia la palla.
ATLANTE: In tutti i casi mi
converrà fare come tu dici, perché tu sei gagliardo e armato e io disarmato e vecchio; ma stai
almeno attento a non lasciarla cadere in modo che
non le vengano altri bernoccoli o si ammacchi da qualche parte, o si rompa, come accadde quando la Sicilia si
staccò dall’Italia e l’Africa dalla Spagna. Bisogna poi stare attenti che non si stacchi nessuna parte come una
provincia o un regno, in modo da
non far nascere una guerra.
ERCOLE: Per questo non
dubitare.
ATLANTE: A te la palla!
ERCOLE: Via, dacci un po’ più
sotto che i tuoi tiri non arrivano.
ATLANTE: Questo lancio non vale
perché tira Libeccio e la palla viene spostata dal vento perché è leggera.
ERCOLE: Questa è cosa vecchia:
sulla terra sono sempre andati a caccia di vento.
ATLANTE: In verità non sarebbe
male se noi la gonfiassimo, perché vedo che non rim- balza più di quanto
rimbalzerebbe un popone.
ERCOLE: Questo difetto è nuovo
perché anticamente balzava e saltava come
un capriolo.
ATLANTE: Corri là, presto!
Guarda per dio, sta per cadere! Accidenti a quando sei ve- nuto!
ERCOLE: Me l’hai tirata così
male che io non potevo prenderla senza rompermi l’osso del collo. (rivolto
allaTerra) Ohimè! Poverina come stai? Senti male da qualche par- te? (rivolto
ad Atlante) Non si sente rumore e non si muove un’anima, sembra che tutti dormano come prima.
ATLANTE: Lasciamela, per tutte
le corna dello Stige, che io me la rimetto sulle spalle, e tu ripiglia la clava e torna subito in cielo a fare le mie scuse a Giove
per quello che è avvenuto per colpa tua.
ERCOLE: Lo farò. Lo sai che da
molti secoli abita in casa di mio padre un certo poeta di nome Orazio? Va
canticchiando certe sue canzonette e tra queste una dice che un uomo giusto non si muove neanche se
cade il mondo. Quindi crederò che tutti gli uomini siano giusti, perché il mondo è
caduto e non si è mosso nessuno
ATLANTE: E chi dubita della
giustizia degli uomini? Ma tu non perdere più tempo, cor- ri subito a fare le mie scuse a tuo
padre, che io mi aspetto da un momento all’altro, un fulmine che mi trasformi
da Atlante in Etna. Mah, speriamo bene!
TERRA: Eh, sì non sono più quella di una volta! E
pensare che prima avevo una corte e un
regno tutto mio! Io me ne stavo ferma al centro dell’universo e tutti i pianeti
mi giravano attorno.
LUNA: E come è finito questo tuo regno?
TERRA: Come, non lo sai?
LUNA: Sì e no. Io come
vedi continuo sempre a girarti attorno. L’unico problemuccio è che ora duro molta fatica a starti dietro
mentre giri intorno al sole.
TERRA: Il sole! Non mi far ripensare a quel giorno quando il
sole si piantò lì e non
volle
più girare. Fu una di quelle
rivoluzioni che non ti dico……..
“Il Copernico. Dialogo” da Operette morali di G.
Leopardi. Adattamento teatrale.
ORA PRIMA: Buon giorno, Eccellenza.
SOLE: Sì: anzi
buona notte
ORA PRIMA: E’ tutto pronto, la prima stella del mattino è
già venuta fuori da un pezzo.
SOLE: Per me
se ne può anche andare!
ORA PRIMA: Che cosa vuole dire Eccellenza?
SOLE: Voglio
dire che mi devi lasciare in pace!
ORA PRIMA: Ma
Eccellenza, la notte è già durata tanto, non possiamo farla durare an- cora di più; chissà che confusione verrebbe fuori!
SOLE: Non mi
importa un accidente, io di qui non mi muovo.
ORA PRIMA: Oh, Eccellenza, perché dice questo,
forse si sente male?
SOLE: No no, mi sento proprio bene; è solo che non mi voglio muovere; quindi tu vai pure a fare quello che devi fare.
ORA PRIMA: Io
sono la Prima Ora del giorno: cosa esco a fare se vostra Eccellenza non si degna di uscir fuori come è
solita fare?
SOLE: Vorrà dire
che tu e le altre ore del giorno da oggi potrete starvene a non far nul- la, mentre le ore della notte
lavoreranno il doppio. Perché, sai che c’è? Mi sono rotto di questo continuo girare e girare intorno alla terra. E poi
per cosa? per far luce a quei
quattro animaluzzi che vivono su un pugno di fango, una pallottolina così piccina che perfino io, che ho una
buona vista quasi non riesco a vederla. Ho deciso
che non voglio più far questa fatica, e se gli uomini vogliono vedere la luce, che tengano i loro fuochi accesi, o si arrangino in qualche altro modo!
ORA PRIMA: E
come vuole che facciano, dovrebbero forse tenere candele accese per tutto il giorno, si immagina che spesa
sarebbe!? Ancora dovranno passare trecento
anni prima che gli uomini scoprano quel
gas.. Come si chiama? Ma sì, quello che gli permetterà di illuminare case,
strade e botteghe senza spendere troppo. E
intanto finiranno l’olio, la cera, la
pece, e non avranno più nulla da bruciare.
SOLE: Per me
possono anche andare a caccia di lucciole e di quei vermiciattoli che fan- no luce di notte.
ORA PRIMA: Ma ci pensa, Eccellenza, con il freddo come
faranno? Anche se bruciasse- ro
tutti i boschi, non basterebbe, senza
di lei non sopravviverebbero. E la terra come
farebbe a dare ancora i suoi frutti? gli uomini morirebbero anche per la fa- me. In pochi anni scomparirà anche il seme
di quei poveri animaluzzi quando l’ultima
scintilla di fuoco si spegnerà e
l’ultimo frutto verrà consumato, mori- ranno
al buio, ghiacciati come pezzi di cristallo di roccia.
SOLE: E cosa me ne
importa? Non sono mica la loro balia; e neanche il cuoco che deve preparare loro i cibi; cosa mi importa
se senza la mia luce poche creaturine invisibili, lontane milioni di miglia
non vedono e non sopportano il freddo? E poi,
se proprio devo essere la stufa o il focolare di questa famiglia umana, mi
sembra più logico che sia la
famiglia a venire intorno al focolare e non che il focolare vada a girare intorno alla casa. E’ la Terra che ha
bisogno di me e quindi è ora che sia lei
a venire a cercarmi..
ORA PRIMA: Ma come! vuole forse dire che non vuole più
girare attorno alla terra, come ha fatto finora?
SOLE: Esatto, né ora né
mai.
ORA PRIMA: Lei ha
ragione, Eccellenza, ma provi a pensare un attimo a cosa ne sarà del giorno: egli non avrà più quel suo bel
carro dorato, i suoi bei cavalli. E noi mi sere
Ore? non potremo più abitare in cielo e da fanciulle celesti diventeremo ter- rene, se non addirittura andremo in fumo..
Ma a parte questo io credo che
sarà difficile convincere la
Terra a girarle intorno, non c’è abituata.
SOLE: Vedrai
come si darà da fare e come inizierà a correre quando si accorgerà che ha tanto bisogno di me. Ma per far più velocemente potremo trovare un
poeta o un filosofo che la convinca a
muoversi o, se sarà necessario, che la costringa.
ORA PRIMA: Perché
proprio un poeta o un filosofo?
SOLE: Ma perché sono stati propri i poeti che, in
passato, con le loro belle canzoni mi hanno
convinto che fosse uno svago e un onore per me, grande e grosso come sono, correre
alla disperata intorno a un granellino di sabbia :invece non è altro che una sciocchissima e inutile
fatica.
ORA PRIMA: Ma allora i poeti l’hanno ingannata?
SOLE: Non posso dire di essere stato ingannato. Ora che
sono più vecchio, ho capito che
la poesia è fatta solo di belle parole, e che è meglio dar ascolto alla
filosofia che fa vedere l’utilità
delle cose e non solo la bellezza.
ORA
PRIMA: Si spieghi meglio, Eccellenza
SOLE: Voglio dire che ho imparato che per fare una cosa
si devono avere delle buone
ragioni . Quindi, perché dovrei continuare a far la fatica di girare attorno
alla terra quando posso starmene
fermo e condurre una vita oziosa e agiata?…
ORA PRIMA: Allora,
Eccellenza, se ho capito bene, ci sarebbe più utile mandare un
poeta a parlare con la terra, così che con le sue parole affascinanti la illuda e la convinca a girare; un filosofo le farebbe capire la verità, cioè
che quel girare sa- rebbe faticoso.
SOLE: No, ma la vuoi smettere di interrompermi sempre? Al
giorno d’oggi sono stimati più i
filosofi che i poeti. Quindi converrà affidare questo compito ad un filosofo. Beh, in teoria i filosofi, non essendo
abituati al lavoro e alla fatica , non dovrebbero
essere i più capaci a spingere gli
altri al lavoro, ma speriamo che ci riescano
lo stesso.
ORA PRIMA: Allora è deciso,
Eccellenza, posso andare sulla Terra a cercarle un filoso- fo
SOLE: Perché,
invece, non ci mandi una delle tue compagne? credo che sia meglio. Chissà quanti filosofi saranno fuori di
casa al fresco a guardare il cielo stupiti per questa
notte così lunga . Dille che ne prenda uno e che lo porti qui, poi penserò io a spiegargli il da farsi. Hai capito
bene?
ORA PRIMA: Sì, Eccellenza, sarà servita.
COPERNICO,
solo
Sul terrazzo di casa
sua, guardando in cielo a levante, per mezzo di un tubo di carta; perché non
erano stati ancora inventati i cannocchiali.
COPERNICO: Ma che cosa straordinaria sta succedendo? o
tutti gli orologi sbagliano o il
sole sarebbe dovuto sorgere da più di un’ora .Invece non c’è neanche un po’ di luce. Conosco miti e storie che parlano
di situazioni simili. Per esempio Giove quando
andò a letto con la moglie d’Anfitrione, si moltiplicò la notte per tre. E anche in Perù si dice che una volta ci
fu una notte lunghissima, anzi sterminata e che
alla fine il sole uscì fuori da un certo lago, che chiamano il Titicaca. Ma fino
ad ora ho sempre creduto che fossero
solo ciance, frottole.. Ma adesso metto in
dubbio tutto, anche la scienza....
anzi, quasi quasi vado anch’io a
cercare in tutti i laghi e in
tutti i pantani qua intorno, per vedere se riesco a pescare il sole. (forte
rumore) Ma che è questo rombo
?
ORA ULTIMA: Copernico, io sono l’ora ultima.
COPERNICO: L’ora ultima? Ah, bene, mi devo proprio rassegnare,
solo un po’ di tem- po, devo fare
testamento e sistemare un altro paio di cosette...prima di morire!
ORA ULTIMA:
Morire? Ma io non sono mica l’ultima
ora della vita!
ORA ULTIMA: Sono l’ultima ora
del giorno, Copernico!
COPERNICO: Come fai a conoscere il mio nome?
ORA ULTIMA: Ho chiesto informazioni su di te a certe
persone che erano qua sotto, nella strada
COPERNICO: Capisco. Perché il giorno non si vede ancora,
forse la prima ora si è am- malata?
ORA ULTIMA: Ma
no, lasciami parlare. Devi sapere che il giorno non tornerà più, né oggi né mai, se tu non farai qualcosa
COPERNICO: Questa è bella, adesso tocca a me
fare il giorno!?
ORA ULTIMA: E’
proprio così, e io ti dirò come. Ma prima dovrai venire con me a casa del mio padrone, il Sole, che ti
spiegherà tutto per bene.
COPERNICO: Mi
sta bene. Ma come farò a portare tutte le provviste necessarie per un viaggio così lungo? Morirò affamato per
strada qualche annetto prima di arrivare. E
poi le terre di sua Eccellenza non credo che producano tanto da offrirmi nep- pure una
colazione.
ORA ULTIMA: Ma
lascia perdere queste preoccupazioni: ti assicuro che non dovrai
star molto tempo a casa del Sole e il viaggio si farà in un attimo, lo sai, io
sono uno spirito.
COPERNICO: Tu sarai anche uno spirito, ma io sono un
corpo
ORA ULTIMA: Ma che problemi ti fai, non sei mica un
filosofo metafisico ? Vieni, sal- tami
sulle spalle, penserò a tutto io.
COPERNICO: Eccomi. Chissà come andrà a
finire....
COPERNICO:
Illustrissimo Signore.
SOLE: Scusami,
Copernico, se non ti faccio sedere, qui non si usano sedie comunque fa- remo presto. La mia serva ti ha già
spiegato la questione; da quello che mi ha rife- rito lei credo che tu sia la persona che cercavo.
COPERNICO: Signore, io
in questa faccenda ci vedo molte
difficoltà.
SOLE: Ma come, le difficoltà non dovrebbero spaventare un
uomo come te, anzi, do- vrebbero
stimolarlo. E poi in fondo quali sono queste difficoltà?
COPERNICO: Prima di tutto, per quanto possa essere grande
la potenza della filosofia, dubito
che essa riesca a convincere la Terra a iniziare a correre e ad affaticarsi in- vece di starsene a sedere e in ozio. E poi, di questi tempi:
non siamo più ai tempi eroici!
SOLE: E va bene, se non la convincerai, dovrai
obbligarla!
COPERNICO: Lo farei se fossi forte come Ercole o come
Atlante , ma si ricordi che io non sono altro che un povero prete.
SOLE: Ma non ti ricordi
di quel matematico antico che disse “datemi una leva e vi solle verò il mondo”? Se tu non sei da meno,
sarai in grado di smuovere la terra, che le
piaccia o no.
COPERNICO: Potrei anche farlo, ma mi servirebbe una leva
così lunga che neanche lei che è così
ricco riuscirebbe a comprare
SOLE: Se il problema è solo questo....
COPERNICO: Ma no, il problema più grande è che la Terra fino ad oggi è stata al cen- tro dell’universo come se ne fosse la Regina e tutti gli altri pianeti le giravano at- torno, sembravano dei cortigiani, delle guardie e dei servitori. La Terra fino ad ora ha sempre pensato di essere l’Imperatrice del mondo, e come darle torto!?
Per non parlare poi degli
uomini che si sentono i più importanti tra le creature della Terra. Non importa
se qualcuno è vestito di cenci e non ha neanche un tozzo di pane duro da
rodere, resta sempre anche lui un Imperatore. E non un Imperatore qualunque: un
Imperatore dell’Universo! un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le
stelle visibili e invisibili. Ma se davvero d’ora in poi la terra dovrà iniziare a girarle intorno, sarà
costretta a sgomberare il trono e con
lei anche il genere umano che rimarrà coi propri cenci e le proprie miserie.
SOLE: Che cosa vuol dire questo discorso? Non avrai mica
paura di offendere sua Mae- stà la
Terra?
COPERNICO: No
Illustrissimo; non credo che esista neanche un crimine del genere. Il problema è molto complesso: quello che
lei vuole non sconvolgerà soltanto la fisi- ca,
ma anche l’ordine di tutte le cose, i fini delle creature, sconvolgerà la
metafisica e tutto il nostro sapere.
SOLE: Figliolo mio, queste cose non mi fanno alcuna
paura. E sai che ti dico? Se gli uomini
vorranno continuare a recitare la loro parte di baroni, duchi, imperatori dell’Universo anche dopo che la loro
Terra sarà costretta a girarmi attorno, che lo
facciano pure, a me non daranno più alcun fastidio.
COPERNICO: Ma anche
mettendo da parte gli uomini, provi a pensare, Signoria illu- strissima, che problemi creeranno gli
altri pianeti.
SOLE: Quali problemi
potranno mai creare?
COPERNICO: Come minimo
pretenderanno anche loro i fiumi, i mari, le montagne, le piante, gli animali e soprattutto vorranno degli abitatori.
SOLE: E tu lascerai che accada, la mia luce ed il mio
calore basteranno a farli sopravvi- vere
tutti.
COPERNICO: Va bene, ma
provi anche a pensare a che scompiglio creeranno le stelle!
SOLE: Quale scompiglio?
COPERNICO: Vedendo che
Sua eccellenza si è messa a sedere, e non certo su uno sgabello ma su un
trono, e che ha intorno una così bella corte e questo popolo di pianeti, vorranno anche loro mettersi a
sedere e riposarsi, ma soprattutto ciascu- na
di loro vorrà un regno fatto di tanti pianeti, magari abitati come è la terra. Pensi allora al povero genere umano che
sembrerà una nullità quando salteranno fuori
migliaia di altri mondi.
SOLE: A me questo non
interessa affatto.
COPERNICO: E va bene,
pensi allora al suo interesse: c’è il rischio che con questo nuovo stato dell’universo, Lei
sarà considerato al pari delle stelle
di tutti gli altri mondi, a
scapito della Sua dignità.
SOLE: Non ricordi quello che disse Cesare quando, andando
per le Alpi, si imbatté in quella borgatella di barbari: “ Meglio essere il
primo di questa borgatella, che il se- condo
a Roma”. La stessa cosa penso io, preferisco essere il primo in questo mondo che il secondo nell’universo. Ma
voglio dirti che non è l’ambizione che mi muove
ma l’amore della quiete o, per
dir meglio la pigrizia…
COPERNICO: Farò il possibile per conquistarle questo ozio
ma dubito, anche se lo ot- terrà, che
potrà durarle tanto. Sono quasi certo
che tra qualche anno anche la si- gnoria
Vostra sarà costretta a girare su se stessa come una carrucola da pozzo, o come una macina, ma senza spostarsi. Finché non scoprirà che Le converrà ri- tornare a cor rere, anche se non intorno alla terra.
{ il Sole inizia a
dare segni di insofferenza}
COPERNICO: Ma basta, se
Lei ha intenzione di arrivare fino in
fondo a questa storia, io
cercherò di aiutarla; ma sia chiaro che se non riuscirò ad accontentarla sarà perché non ci sono riuscito davvero e
non perché non ci abbia provato.
SOLE: Va bene, Copernico mio, prova.
COPERNICO: Rimarrebbe una sola… difficoltà.
SOLE: Qual è?
COPERNICO: Che non vorrei per questo fatto finire
bruciato vivo e non poter più ve- dere
neanche la faccia di vostra signoria.
SOLE: Senti Copernico, tu sai che quando voi altri
filosofi non eravate neanche nati, di- co
al tempo che la poesia teneva il
campo, io ero profeta, dunque adesso lasciami profetare
per l’ultima volta e dammi fiducia.
Dopo di te ad alcuni che approve- ranno
quello che tu hai fatto, potrebbe anche
capitare qualche…diciamo scottatu- ra,
o qualcosa di simile, ma stai sicuro
che a te non accadrà mai nulla. E se ne vuoi
essere proprio sicuro, dedica il libro che scriverai al papa, così non dovrai
ri- nunciare neanche al canonicato.
TERRA-LUNA Secondo intermezzo
TERRA: Per questa cosa ci sono rimasta proprio
male. Infatti ho dovuto scomodarmi e incominciare a muovermi. E gli uomini ?
Loro sì che ci sono rimasti male: si
era- no costruiti un sacco di teorie
astronomiche, filosofiche…per sostenere che erano al centro dell’universo, anzi che tutto l’universo era stato
creato per loro: e da un giorno all’altro si sono trovati a girare
in… periferia.
LUNA: Uomini! Ma cosa sono?
TERRA: Come “cosa sono”? Sono i miei abitanti.
LUNA: Allora parlami di loro, descrivimeli.
TERRA: Ehm.....
sono piuttosto irrequieti, ma soprattutto sono molto ambiziosi: infatti, più cose conoscono e più vorrebbero
conoscerne. Pensa che hanno inventato strumenti
di ogni sorta per riuscire a vedere meglio il cosmo. Non sanno ancora tutto della loro Terra e vorrebbero già
conoscere tutti i segreti dell’universo.
LUNA: Che tipi
strani.....
TERRA: E non hai ancora sentito il meglio. Ogni giorno che
passa, loro riescono a vedere un po’ più lontano. Ma più
lontano riescono a vedere e più si
sentono insoddisfatti.
LUNA: Non li capisco
TERRA:.....E invece sono fatti proprio così. Ma adesso
racconta un po’ di te; ho sentito dire
che anche tu sei abitata.
LUNA: Io, io abitata?
TERRA: Sì, proprio tu. C’è stata molta gente che ha
giurato di aver visto cose strane: per
esempio, un certo astronomo ha detto di aver visto i tuoi abitanti che
stendevano il bucato al sole; un fisico,
invece, con un cannocchiale, era sicuro di aver visto una fortezza coi tutti i suoi bastioni diritti.
LUNA: Fortezza? Bastioni? Ma cosa sono queste cose?
TERRA: Sono gli
attrezzi che l’uomo usa per fare la guerra.
LUNA: Guerra? E
cosa è la guerra?
TERRA: Ma come,
non sei mai stata conquistata?
LUNA: In che
senso, scusa?!?!
TERRA: Con le
armi, con le arti politiche.....
LUNA: Ma no,
che io sappia.
TERRA: Ero
convinta di sì.....
LUNA: In verità
con tutto il rispetto mi sembri piuttosto sciocca e anche un po’ vanesia
a pensare che tutte le cose dell’universo siano conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra
intenzione che di copiarti in tutto. Infatti se ti dicessi che sono abitata, tu penseresti subito che i miei abitanti
sono uguali ai tuoi uomini. E se
invece ti dicessi che i miei non sono uomini tu continueresti a pensare che dovrebbero avere lo stesso
modo di vita.
TERRA: In effetti potresti anche aver ragione perché non sempre questi uomini sono un bel modello da imitare. Infatti alcuni di loro, nella loro smania di conoscere l’ignoto, non riescono più a vivere nella realtà che li circonda. In questo caso c’è anche il rischio di prendersi qualche fissazione....
(Sulla
destra un piano rialzato con sopra un telescopio, una scrivania vecchia con
carte e fogli disposti molto disordinatamente, carte e fogli ovunque sul
pavimento, carte astrali e geografiche appese malamente alla parete che guarda
il pubblico, qualcuna storta; sempre alla stessa parete un grande calendario
che segna il 28 agosto. Una finestra molto grande è aperta sulla sinistra, il
cielo stellato fuori. Si sente il sibilo del vento. Sempre sul piano uno
sgabello, di fronte allo sgabello un grosso telescopio puntato verso la
finestra. Un uomo con la barba lunga e incolta, i capelli fino alle spalle,
grigi e scapigliati, la faccia magra e pallida, e d’abbigliamento trasandato è
seduto sullo sgabello e guarda attraverso il telescopio. Sulla sinistra una
piccola cucina con una vecchia stufa a legna, un vecchio tavolo e qualche
sedia. Dall’alto pende un piccolo lume che diffonde una luce gialla e opaca. La
parte sulla destra, cioè l’osservatorio, è invece nella semioscurità, solo un
lumicino ad olio sulla scrivania dà un po’ di luce).
MARAVENTANO:(Si stacca dal telescopio e guarda il
calendario)28 agosto, benone!
Fantasti- co...manca
davvero poco: neanche un mese! Solo pochi giorni e finalmente sarò libero da tutti questi noiosi, rompiscatole....
GUENDALINA: Jacopo,
caro(entra timorosamente nella stanza) scusa
ma ci sono ospiti, sai vorrebbero...
MARAVENTANO: Zitta,
zitta. Non ci sono, non ci sono per nessuno, “il professore studia” dì così, magari.
GUENDALINA: Ma dai
…perché non scendi..?
MARAVENTANO: Basta, basta (si alza, accosta la persiana e si mette a leggere un librone).
L’universo è finito o infinito? Questione antica. E’ certo che a noi riesce
assoluta mente impossibile...ufff,
uff, uff (scaccia con le mani le mosche
che lo infastidiscono) Acci- denti a
voi mosche, ma finirà anche per voi la baldoria, verrà il freddo e non mi sarete più tra i piedi, proprio come
tutti questi infimi esseri che sono gli umani… .uff,uff..cosa
vengono poi a fare fin quassù...si arrampicano sul monte per il gu sto di
una scampagnata e poi disturbano me che ho da fare cose serie. Mi hai capito Guendalina? Ho detto di sparire, non
vedi che ho da fare? Non capisci? Non ti puoi nemmeno immaginare, i tuoi
visitatori...solo insetti umani non meno fasti- diosi
di qeste noiosissime mosche!
GUENDALINA:Ma via,
caro, loro volevano soltanto visitare l’osservatorio. Che pro- blema c’è
ad accontentarli? Sono solo pochi
minuti, perchè devi pensare sempre e soltanto
ai tuoi pianeti.? ..io non capisco.
MARAVENTANO: Beh, ..non
puoi certo capire.....come ti puoi interessare a cose così straordinarie?!? Tu cucini, lavi,
rammendi...io guardo le stelle!! Vai, vai,
io ho da fare. Le tue sono solo
sciocche preoccupazioni, buone solo per
uomini sciocchi...ospiti...buhà!
Che vuoi che mi importi di fare il marito gentile che mo- stra la casa ai visitatori!
GUENDALINA: Ti danno
così fastidio, Jacopo? In fondo non fanno niente di male, anzi, a noi povere donne sermpre sole
non fanno che piacere, giusto per scambia- re
una parola...
MARAVENTANO:Stupidaggini,stupidaggini...non
stiamo bene soli come stiamo? Di che
hai bisogno per campare? Forse dei discorsi di qualche pellegrino? E a propo- sito di cosa poi? Ricette, cucito,
pettegolezzi, storielline senza nessuna importan- za...Ma adesso con l’inverno, non mi toccherà sentir più
chiacchiere e soprattutto mi libererò di
questi parassiti, e starò in pace, finalmente.
GUENDALINA: Ma quale
pace, Jacopo! Ci sarà solo freddo, freddo e solitudine, per me e tua figlia, eremite quassù, e tutto
questo solo per te che te ne vuoi stare solo quassù
tutto l’anno!
MARAVENTANO: Sto benissimo solo, non ho bisogno di
nessuno, io. Di nessuno per due
stupide chiacchiere. Sciò, Sciò ( Spinge
la moglie fuori dall’osservatorio, sospira scoc- ciato e torna a guardeare dal telescopio.) A me
interessa solo lei, eccola lassù, bellissima
come sempre, stasera ancora più splendente...!
(si sente provenire da fuori un singhiozzo soffocato, e
si sente provenire da un lato del palco una voce)
(DIDINA):
Cadrà tanta neve...tanta neve..
(MILITARE) Dev’esser bello...
(DIDINA)
Bello sarebbe per me se tu rimanessi qua, ma per te no caro, si muore dal freddo sai?
MARAVENTANO(agitato):
Ma chi è?(abbassa il telescopio)
(MILITARE)
Povero amore!Ma ora io debbo partire. ti giuro che tornerò tra poco” (DIDINA):
Non tornerai, ne sono certa.Io resterò per te nel tuo cuore, il ricordo di un’estate in montagna..o, amore..
MARAVENTANO: ”Amore...tesoro....Cosa stanno dicendo? Didina?!?? Didina...ma con chi...disgraziato! Ma chi è quello? Deve essere quel militare che sta alla pensione di Mimmo...(si alza di scatto, continuando però a guardare dal telescopio) Ma che fanno!?!!! (si stacca dal telescopio e va alla finestra, si affaccia)Didina, sali su, SUBITOO!!! Anzi, voglio tutti e due!!!(si allontana dalla finestra e cammina nervoso su e giù per la stanza) Ma guardate un pover’uomo cosa si deve ritrovare a fare...vedere la figliola a...a....con quel poco di buono...che le importerà poi dei giovanotti...ora anche di quelli c’era da preoccuparsi, tutta sua madre, sempre a pensare alle sciocchezzuole...(si sente bussare alla porta).
DIDINA: (una vocina fievole e timorosa) E’...permesso...?
MARAVENTANO: (serio)Forza, entrate. (I
due entrano nella stanza, il ragazzo a capo chino guarda per terra, lei si asciuga le lacrime) Didina, dobbiamo proprio parlare.
DIDINA: Io....papà...non volevo...(e scappa singhiozzando)
MILITARE: Didina...dove...(il ragazzo fa per seguirla)
MARAVENTANO: Aspetti, giovanotto! (il militare si ferma e torna indietro)
MILITARE: Oh, scusi...buo..buonasera, professore.
MARAVENTANO: Buonasera! Lei va a fare le valigie, non è
vero?
MILITARE: Sì...signore...conto di partire domattina.
MARAVENTANO: E fa proprio bene, buon viaggio, quassù non
tira più buona aria...
MILITARE: Mmm, in
effetti (sta qualche secondo in silenzio
poi espIode)...signore, non stava- mo
facendo niente....
MARAVENTANO: Vada, ragazzo, vada...
MILITARE: Beh...allora... arrivederci.
(Maraventano torna al telescopio e osserva con gesti di soddisfazione)
GUENDALINA (entrando con Didina): Caro, ti ho
portato qualcosa da mangiare
MARAVENTANO: Ti ho
detto che non volevo mangiare, non lo vedi che sono impe- gnato? Ho cose più importanti a cui
pensare
GUENDALINA: Ma, Jacopo,
dovrai pure nutrirti, sei così magro...
MARAVENTANO: Cosa vuoi
che mi importi, insomma, stai pensando ancora a queste piccolezze?
DIDINA: E invece mi
pare che importi babbo, quassù, in questo luogo isolato che a stento si trova sulle carte
geografiche, fa un freddo terribile d’inverno, e sarà an- che il posto migliore per guardare le
“tue” stelle, ma non certo per viverci...l’aria sarà ghiacciata qui fra un paio di mesi e
io...io, non ho neanche una veste nuova!
MARAVENTANO: (rivolto verso l’alto) Oh Alfa del
Centauro! Oh Siro, o Marte ! Sapete
perché si lamenta Didina? Piange perché non ha una veste nuova per l’inverno da
farsi ammirare in chiesa, la
domenica, roba da ridere!
DIDINA: Roba da ridere: ma io morirò di freddo!
MARAVENTANO: Senti freddo perché non ragioni!!!
DIDINA: Ma cosa vuol dire babbo, io non ti capisco..
MARAVENTANO: Voglio
dire, Didina, che se pensi agli spazi immensi del cosmo, alle galassie, alle temperature che si
raggiungono su certi pianeti, ecco Didina, basta che ci pensi un attimo
capirai l’assurdità del TUO freddo, il tuo freddo che visto in un’ ottica, come dire, universale, perde di ogni consistenza.
GUENDALINA: Io continuo
a non capire e ti consiglio di mangiare..dovresti, Jacopo, tornare un po’ con i piedi per terra
invece di vivere sempre lassù(indica
verso l’alto) su quei
puntolini minuscoli...
MARAVENTANO: Puntolini
minuscoli? cosa mi tocca sentire?!? Mi sa che avete biso- gno tutt’e due di un’ ap-pro-fon-di-ta lezione di astronomia!!!
(Didina e la moglie si guardano
disperate, scuotono la testa ma Maraventano “attacca”)
MARAVENTANO: Bene,
punto di partenza: ogni stella un mondo a sè, un mondo, care mie, non crediate, più o meno simile al
nostro; vale a dire, un sole accompagnato dai
pianeti(prende in mano un’arancia e una
noce) e dai satelliti del nostro sistema at- torno al nostro sole, il quale sapete cos’è?(guarda con pena l’arancia) Vi faccio
ridere: nient’altro che una
stella di media grandezza della Via Lattea. (lancia via l’arancia e la noce
e prende la ventola) Ne volete un’idea?(muovendo
in alto la ventola) ma, insomma mi state
ascoltando?( la moglie è intenta a
cucinare e Didina è in un angolo con un vecchio regi- stro in mano, legge attentamente e spesso sospira. M. rimane
con la ventola sospesa in aria)
GUENDALINA: Cosa, come?
Sì, sì certo caro ti stavamo ascoltando...di’ di’ pure…. (Didina continua però
a leggere e sospirare ed è così presa da quella lettura che neanche si accorge del padre che la fissa e le si
avvicina lentamente)
MARAVENTANO:
Signorina!!!
DIDINA: (sorpresa)OH!?!
MARAVENTANO: Signorina,
cos’è che leggi con tanto interesse da preferirlo alla mia u-ti-lis-si-ma lezione di astronomia?!?(Didina lo guarda supplichevole, scuote la
testa for temente in segno di diniego
e si stringe forte al petto il registro) Bene, bene fa’ vedere cosa nascondi? (le strappa il registro di mano)
DIDINA: No, babbo, ti prego...
MARAVENTANO: Ah,
questo dovrebbe essere quel vecchio registro che rimane nell’osservatorio e che scarabocchiano
tutti quei visitatorucoli: stupide parole, frasi senza senso(intanto
apre il registro nel punto dove leggeva Didina)...e questa cos’è? (riduc- chia)
Una poesia!!! UNA POESIAAA!! Allora era questa che ti faceva così sospira- re, eh, Didina? Ebbene, sentiamo cosa
ha da dirci questo poeta, o meglio cosa ha da
dire a Didina (si schiarisce la voce):
Titolo: All’Edelweiss di Monte Cave
(ah..che bello!)
Come una stella alpina
hai rubato i miei occhi,
o mia dolce Didina,
vaganti tra quei bianchi
fiocchi
Ma lo vedi a cosa
presti attenzione, no, dico, te ne rendi conto? Lo vedi che continui a pensare
solo alle stupidaggini?
DIDINA:Ma, babbo, è
poesia!!
MARAVENTANO: Poesia?
Poesia, ma che vuol dire, che significano due parole messe in fila da uno stupido tra i tanti?
Credi che ti faccia capire qualche legge naturale, scoprire qualche cosa di sensazionale? No, assolutamente no!
Solo se guardi lassù puoi arrivare a
comprendere, puoi tentare per lo meno...
DIDINA: Ma papà, tu parli solo di stelle, guardi
sempre lassù..lassù. Io però vivo quaggiù…sulla
terra, su questo monte…..
MARAVENTANO: Ma lo vedi
che continui a riportare tutto a una sfera limitata, insi- gnificante? Tutto è insignificante (riprende la ventola): perfino il sole,
il nostro gran sole. Provate a
trasportare tutto il sistema solare alla distanza delle stelle più vicine, e lo sai il sole a che cosa sarebbe
ridotto rispetto a noi? Alle proporzioni di un puntino
luminoso..
DIDINA: (piuttosto spazientita) Scusa, hai detto rispetto a noi. Ma
trasportando il sole, la terra, non
dovrà pure per conseguenza...
MARAVENTANO: No, asinella, la
terra lasciala qua. Era solo un ipotesi per farti capire.
DIDINA: Uffa! Che c’entra? Il
sole è sempre il sole.
MARAVENTANO: (indignatissimo) E che cos’è ? Ma lo sai
che se Siro fa tanto di sputare ( fa finta di sputare) il sole ti si
spegne come una candela di sego? Sappilo: pha!! Si spegne.
GUENDALINA: Jacopo, se
non ci metti altro carbone ti si spegne pure il fuoco e l’acqua ti bolle per l’ anno Santo!
MARAVENTANO: No,
comincia a muoversi. Faccio vento, lo vedi.(continua
a muovere la ventola) Ma
veniamo ai nostri grandi pianeti! Alla distanza che vi ho detto non ne vedremo nessuno, eccetto Giove,
forse....ma non lo si vedrebbe certo a occhio nu- do. Quanto alla terra non se ne sospetterebbe neanche
l’esistenza
Pallottoline, care mie, pal-lot-to-li-ne!
E volete far sparire anche il sole? Basta, con
il beneplacito di Didina, là, retrospingerlo
alla distanza delle stelle di prima grandezza. C’è? Non c’è? Uhm.. Sparito! (un attimo di silenzio poi come se ripiombasse improvvisamente in terra)
Bah!!(e abbassa improvvisamente
la ventola)
DIDINA: Ho capito, papà, ma ora
basta...
MARAVENTANO: Ma come,
“basta” ? Didina, lo devi capire qual è il rapporto tra le cose, quali sono quelle che hanno una
qualche rilevanza e quelle che invece non hanno
nessun peso. (Silenzio, la guarda come
per aspettarsi qualche domanda). E non mi chiedi
quali sono?
DIDINA sospira,
poi, in modo del tutto inespressivo:
Quali-sono-queste-cose-papà?
MARAVENTANO: Ecco,
Didina, sono proprio codeste a cui tu pensi: una vestaglia, uno spiffero di vento, un giovanotto o
chissà cos’altro...guarda me Didina, è una vita
che ho il mal di denti, eppure, me ne sono forse curato, ho mai lamentato il dolore? Mi basta retrospingere nello spazio il sistema planetario: (chiudendo gli oc- chi) sparisce il sole, sparisce la terra, tutto diventa
niente, e anche il mal di denti chi lo
sente più? E poi: un dente cariato, che duole nella bocca di un astronomo!… Roba da ridere! Ahh, ahh (ma non riesce a nascondere una smorfia di
dolore)
DIDINA: Già, proprio
roba da ridere!
MARAVENTANO: Ma chi
siamo noi? ! Pensa che la luce viaggia alla “piccolissima” velocità di 298.000 chilometri
al secondo e l’uomo, questo verme che c’è e non
c’è, l’uomo che, quando crede di ragionare è per me il più stupido fra tutte le
tre- centomila specie di animali
che popolano il globo terracqueo, l’uomo ha il corag- gio di dire “io ho inventato la ferrovia”. E che cosa è la
ferrovia? Non te la para- gono con la
velocità della luce perché ti farei impazzire, ma anche questo cece ter- ra sai come viaggia? A ventinove chilometri
ogni minuto secondo: ah,ah! hai dun- que
inventato il lumacone, la tartaruga, ah,ah! bestia che sei! E questo medesimo animale uomo pretende di dare un Dio,
il suo Dio a tutto l’universo!!
DIDINA: Non
bestemmiare, papà!! Fallo almeno per pietà mia e della mamma, due po- vere donne confinate quassù...
MARAVENTANO: Hai paura,
dunque? Temi che Dio, perché io bestemmio, come tu dici, ti mandi un fulmine? C’è il parafulmine, sciocca. Vedi
da dove è nato il vostro Dio? Da codesta paura. Ma sul serio potete
credere, pretendere che un’ idea o un
sentimento nati in questo niente pieno di paura che si chiama uomo debba essere il Dio, debba essere quello che ha formato
l’Universo infinito?
DIDINA: (turandosi gli orecchi ) Non ti voglio
sentire, non ti voglio sentire!
MARAVENTANO: Asina! Asina!
GUENDALINA: Ma Jacopo, cosa sono queste urla, Didina,
cosa c’è? (rivolta alla figlia) Cosa ti ha fatto? Cosa ti ha detto?
DIDINA: Non so, non so
più cosa dice, mamma, farnetica .....dice cose senza senso, forse è per il troppo studio.
MARAVENTANO: Ma cosa
dici sciocchina, non vuoi proprio capire eh?! Insomma de- vo proprio ricominciare tutto da capo?
GUENDALINA: No, no
Jacopo, per l’amor del cielo, smettila non dire più nien te...basta con tutte le tue sciocchezze...non vedi che hai
spaventato tua figlia?
MARAVENTANO:
Spaventata? Oh, cosa mi devo sentir dire!!! Illuminata, ecco come dovrebbe essere Didina dopo aver
ascoltato quello che le ho detto, illluminata e resuscitata a una vita che guarda meglio perchè guarda
dall’alto!!! Ma perchè con- tinuo
a perdere tempo a parlare con voi? Non capite...e non capirete mai! Badate solo alle stupidaggini, voi!! ...(Maraventano prende una sacca e inizia a
metterci dentro dei vestiti, poi
si blocca)
GUENDALINA: Ma Jacopo, dove vuoi andare..?
MARAVENTANO: (continuando a mettere roba nella sacca)
Vado a Roma, non lo sai? a portare
i risultati meteorologici…come ogni mese, all’ufficio centrale. Lì hanno un telescopio potentissimo, straordinario
e mi lasciano guardare le stelle per una notte
tutta intera, beatamente, in santa pace! Una notte tutta intera LASSU’! (guar- dando
il cielo)
GUENDALINA: Jacopo,
anche questa volta a piedi? Perché non
prendi la vettura o il treno? Ti
buscherai un’insolazione...
MARAVENTANO: Il sole,
ah,ah, mia cara, pfui! che cos’è il sole? non è neanche buono da regolare gli orologi.
DIDINA: Babbo, aspetta, dicci almeno quando tornerai...
MARAVENTANO: Non so non so...forse tra un giorno...o
due, o un mese ..chissà..
GUENDALINA e DIDINA:(insieme):
Chissà?
MARAVENTANO: Addio, addio....
GUENDALINA: Ma, Jacopo, aspetta, è distante cinquanta
chilometri!
MARAVENTANO:
Chilometri? Ah ah! Ma quali chilometri? (sghignazzando)
Ma quale distanza? Che vuoi che sia
se la terra è tanta...(congiunge l’indice
e il pollice di una ma- no) tanta
così…
TERRA-LUNA Terzo intermezzo
TERRA: Visto? "tanta così"!!
LUNA: Eh, via, non ti sarai
mica offesa?
TERRA: No..no.. Sapevo già da tempo che per loro
ero diventata piccola, ma fino a questo
punto! Però è vero: sono diventata un po' stretta ai miei abitanti: non si ac- contentano più di sbirciare col telescopio. Ora hanno
costruito razzi, navi spaziali e
satelliti.
LUNA: A proposito di satelliti, me lo vuoi dire
adesso cosa sono?
TERRA: Sono degli oggetti, delle palline che ha
costruito l’uomo e che mi girano intorno
a migliaia (gesto di fastidio) proprio come fai tu. Sono così piccoli che
pro- babilmente non riesci neanche a
vederli.
LUNA: E a cosa servono?
TERRA: Gli uomini
li usano per imparare nuove cose
sull’universo. Hanno costruito anche
delle navi spaziali per andare a curiosare qua e là. Chissà, forse si illudono di poter trovare chissà cosa, forse la felicità in un altro
pianeta.. Sai che qualche volta sono arrivati perfino su di te?
LUNA: Sei sicura? Proprio su di me?
TERRA: Sicurissima! La prima volta è stata una
trentina di anni fa.
LUNA: Adesso che mi ci fai pensare ho capito cos’era quel pizzicorino
sul mio didietro. Ma spiegami una
cosa, mia cara Terra:, com’è che i tuoi abitanti hanno questa insaziabile sete
di conoscere e conquistare ciò che non conoscono?
TERRA: E’ una cosa difficile da
spiegare: una volta ho sentito un famoso navigatore dire che la
navigazione quanto più è incerta e rischiosa., tanto più libera l’uomo dalla noia. Insomma pensava che solo
mettendo a repentaglio la propria vita
avrebbe potuto veramente apprezzarla.
LUNA: Quindi hanno bisogno di
trovare uno scopo per la loro vita?
TERRA: Sì, ma non solo: hanno
un così forte senso di piccolezza in confronto alle immensità celesti che in qualche modo se lo devono togliere
di dosso: forse si sentono più grandi (o un po’ meno piccoli) se
riescono ad arrivare sempre più lontano….
LUNA: E quando avranno messo
piede su un altro pianeta che cosa faranno?
TERRA: Si illuderanno di rifare
su quel pianeta un mondo nuovo, più umano, più felice..
E poi ancora su un altro pianeta…e così via…all’infinito..
“Il contribuente”
libera rielaborazione dal
racconto omonimo di RAY BRADBURY,
Cronache marziane, Mondadori.
In una base missilistica si stanno compiendo gli ultimi
preparativi per la partenza della navicella spaziale. Un uomo e una donna si
avvicinano al filo spinato che circonda
il campo. L’uomo è vestito in modo molto
trasandato con un impermeabile blu, le scarpe slacciate, i capelli arruffati e
in mano porta una grossissima valigia rossa; nell’altra invece una gabbia con
dentro un canarino. Sembra essere molto agitato, infatti scalpita e sbraita
continuamente nell’intento di farsi notare. La donna appare sicuramente
più tranquilla.
.
EMILY:
Santo cielo, perché mi hai portato fin qua? Ma che cosa credi di fare?
Tutto questo è inutile, non ti
faranno mai entrare, non andrai mai su Marte. Sai già che nessuno ci ascolterà e non ci apriranno il
cancello.
RICK: Ehi voi! Sono qua dietro il filo spinato!
Ehi, dico a voi con l’uniforme! (rivolto a Emily): non posso fare altro: devo
urlare, devo salire sul razzo a tutti i costi, non possono partire senza di
noi. (rivolto agli uomini in uniforme): Voglio
venire su Marte! Il mio nome è Pritchard, Rick Pritchard, sono un
contribuente per bene e pago regolarmente le tasse; ho il diritto di venire con voi! Me ne voglio andare dalla
terra!
EMILY: Andiamo, è meglio tornare a casa, non vedi
che nessuno ti dà ascolto? Quegli
uomini laggiù non hanno alzato
nemmeno il capo per guardarti...e se dovessero ascoltare
tutti quelli che vengono a sbraitare dietro questo filo spinato...
RICK: Ma è tutto
pronto, che fastidio potremmo dare? Ho già preparato la valigia con le
nostre cose essenziali e ho preso anche
il canarino. Emily, mi stai ascoltando?
EMILY:
Avanti Rick, non ti far tirare, andiamo!
RICK: Non insistere,
non puoi riportarmi indietro.. Non ho intenzione di mollare e tu starai qui ad aiutarmi; non vorrai
abbandonarmi proprio adesso! Devi convincerli
a portarci via dalla terra. Entro un paio di anni qui scoppierà una grande guerra atomica, e io non ci voglio essere quel giorno! Anzi, sai
che ti dico? chiunque ab- bia un
granello di sale in zucca dovrebbe andarsene. Vedrai che fra pochi mesi sa- remo in migliaia, lassù…
EMILY: Ma non
puoi risolvere i problemi in questo modo: e poi, pensi di non trovarne
di
problemi, lassù su Marte?
RICK: Non è
così, non in questo caso! Saliremo su quel razzo e la nostra vita migliore- rà!(rivolto
agli uomini): Ascoltatemi, devo salire sul razzo, ne ho pieni diritti, non
voglio restare sulla Terra. (rivolto a
EMILY): E tu non cercare di convincermi con i tuoi soliti discorsi
“logici”, “razionali”, perché salire lassù è tutto ciò che desidero, potrebbe essere la nostra salvezza: come puoi
cercare di allontanarmi da qualcosa che può salvare la nostra esistenza? Mi conosci bene, sai come sono
fatto e che non posso perdere questa
occasione. Sai che qui non mi sento per niente nel mio mondo.
EMILY: Vuoi forse dire
che ti senti un estraneo? Ma estraneo da che cosa? Via, sarà soltanto un brutto periodo della tua
vita, vedrai che tutto si risolverà.
RICK: Non penso
proprio.(sempre urlando) No, non è
mia questa vita, che cosa ci può offrire questo mondo? Chissà se domani sarà come
oggi, se sarai sempre qua, se ci sarà una catastrofe naturale...un disastro
ambientale….ti sei mai chiesta queste
cose? Io ho paura di questo mondo.
EMILY: Penso proprio
che non riuscirò mai a capirti: ci sarà pure qualcosa di buono quaggiù, perché ti ostini a non
vederlo?
RICK:
No, sono io che non riesco a capirti. (rivolto
agli uomini in uniforme): Insomma, potete degnarmi almeno di uno sguardo? Ditemi
cosa si deve fare per salire su co- desto
maledetto razzo! Si deve firmare qualcosa? O c’è bisogno di qualche cono- scenza importante, della raccomandazione di
qualche pezzo grosso?
UOMO IN UNIFORME (Si avvicina al filo spinato o parla
attraverso un monitor) Senta, non ci sembra proprio il caso che lei vada su Marte! Non sa che la prima e la
seconda spedizione sono fallite,
disintegrate, scomparse e che probabilmente tutti gli uomini sono morti?
RICK:
Non lo potete provare, non lo sapete con sicurezza matematica.
RICK: No, non è vero,
non può essere. Se fosse vero non avreste il coraggio di riprovarci.
UOMO
IN UNIFORME: Certo che ce lo abbiamo il coraggio. Abbiamo modificato il razzo con un nuovo sistema
d’orientamento che non può fallire. E poi noi vo- gliamo esplorare l’universo, siamo qui per questo, l’abbiamo
scelto noi.. Sappiamo che è molto rischioso, ma non possiamo tirarci indietro,
anzi non possiamo farne a meno.
RICK: No, voi non me la
date a bere, con codeste storie, voi mi nascondete qualcosa! Forse lassù c’è una terra di latte e di miele
e sia il comandante York che il comandante Wil- liams
non si sono nemmeno sognati di tornare su questo pianeta schifoso. (quasi parlando da solo, con gli occhi rivolti verso l’alto) Chissà, forse
da qualche parte si può ricostruire da capo
un mondo felice, senza ingiustizie e ricco di tutto quello che manca qui sulla
terra: la pace…l’amicizia.. E
scommetto che sarà possibile proprio lì su Marte, dove voi volete andare senza di me!
EMILY: Ma Rick, tu e i
tuoi libri di mitologia! Siamo nel 2001 e tu credi ancora all’età dell’oro? non c’è mai stata nemmeno
sulla terra, e non ci sarà mai neanche su
Marte e in nessun altro pianeta dell’universo. Ragiona, lascia perdere queste
fa- vole da bambini e torniamocene
a casa.
RICK: No, non è vero! Non intendo spendere un
attimo di più qui sulla terra! Coraggio,
Emily, facciamoci avanti e
cerchiamo di prendere al volo questa grande occasio- ne!!!
RICK: Aspettatemi! Devo
andarmene di qua! Portateci via con voi! Devo entrare con la forza? Se è necessario farò anche
questo!!! Vi prego, non lasciatemi morire qui! Non volevo essere arrogante, volevo soltanto
cercare di farvi capire come mi sento...credevo
che sareste riusciti a comprendermi, ma a quanto pare non c’è nes- suno in grado di aiutarmi...
EMILY: Andiamocene, non
c’è più tempo, non c’è speranza di salire ormai. Così insi- stendo vai a cercarti solo dei guai,
non lo capisci? Sono intenti nel loro lavoro e
non hanno tempo di ascoltarti. Per loro non sei nessuno. Non voglio che tu mi fraintenda, non ti sto ostacolando come
credi, è solo che non riesco a capire quello che vai cercando.
RICK: Nooooo!!!!
Tornate indietro, non posso perdere questa terza spedizione, non lasciatemi su questo mondo orribile! (rivolto a Emily): E tu smettila di
parlare in quel modo. Almeno tu
dovresti essere dalla mia parte! Su Emily, proviamo a entrare!
Le
tende la mano. Si guardano. EMILY non prende la mano ma incrocia le braccia e
volta la testa verso un punto
indefinito. RICK fa una faccia incredula, disperata e poi si lancia con forza
verso il filo spinato:
Allora, mi portate o no?! Aiuto!!!!!!! Non partite senza di
me!!!!!
UOMO IN UNIFORME: Adesso signore ha superato ogni limite.
Abbiamo aspettato che si calmasse,
ma così non è stato, non c’è rimasta che la forza.
(Si vede di
lato una luce azzurra lampeggiante.Si avvicinano due infermieri).
RICK: Toglietemi le
mani di dosso, non facevo niente di male! Il razzo mi aspetta, è la vita; non potete privarmi della vita,
non dovete; lasciatemi, lasciatemi, vi prego, voglio
andare su Marte...
(Fumo,
getti di fuoco, rumore assordante:il razzo è partito. RICK rimane come
impietrito, con la faccia rivolta in
alto, le braccia allargate. EMILY lo scuote...)
EMILY: Su, Rick, è l’ora di andare…..
(Gli
infermieri accompagnano fuori RICK che continua a guardare verso l’alto, come
seguendo con gli occhi il
razzo. EMILY, scuotendo la testa, con la valigia e il canarino, li segue)
TERRA-LUNA Epilogo
TERRA: Hai visto? Scommetto che un giorno ce la
farà a imbarcarsi su qualche nave per Marte.
LUNA: Ci scommetto
anch’io. Ora li conosco i tuoi uomini: quando si mettono qualco- sa in testa chi li ferma più?
TERRA: Eh, proprio
così! nessuno può farci niente se sono così testardi! Di questi tempi poi, con tutte le loro nuove
scoperte, mi promettono per l’avvenire molte felicità.
LUNA: Speraci pure
quanto ti pare e io ti prometto che potrai sperare in eterno.
TERRA: Sai che è? Dalla
parte dalla quale ti parlo è notte, come tu vedi; sicché tutti dormivano; e allo strepito che noi
facciamo parlando, si destano tutti con grande paura.
LUNA: Ma qui da questa parte, come tu vedi, è
giorno.
TERRA: Lo vedo, ma io,
ora, non voglio spaventare la mia
gente, gli uomini, e rom- pere loro il sonno, che è il maggior bene che
abbiano. Perciò è meglio se ci ripar- leremo
un’altra volta. Addio, dunque; buon giorno.
LUNA: Addio; buona notte.
FINE